Categorie
intervista

Euro2016 #12– INTERVISTA A MAURIZIO PUPPO

didier-deschamps_o3ie6hruntw01u2sdhk7uqmkuMaurizio Puppo è un genovese che vive da 15 anni a Parigi. Ha scritto alcuni libri sulla Sampdoria, squadra per cui tifa, e partecipato al nostro libro collettivo Gol Mondiali.

Come sta vivendo Parigi (in generale, la Francia) queste settimane di Europei? Che atmosfera si respira?
Parigi, la Francia. In Francia lamentarsi è obbligatorio. Per legge dello stato. I francesi si lamentano sempre. Sono râleurs: mugugnoni. Un francese si alza al mattino e comincia a “râler”. Anche se non sa bene perché, sa che deve farlo per contratto. Io sono quindici anni che sono qui, ormai sono un po’ francese malgré moi, allora anche io mi lamento. Se non ho un motivo preciso, cerco di trovarlo, perché così si fa. Parigi però (lo sapevate?) non è in Francia. È un’altra cosa. Quando gioca la Francia, e segna una rete, a Parigi si sente un urletto. Un urlettino. “Bravò”, con l’accento sulla o. Bravò! Clap clap. Youpi! Una roba così. Anche a Parigi seguono la nazionale. Certo. Se vince. Se non vince, non la seguono e vanno a prendere l’aperitivo e son contenti lo stesso. E hanno ragione. In ogni caso non c’è quel senso di dramma che si trova nei paesi felicemente sottosviluppati (ehi, lo dico ironicamente, eh, lo preciso perché altrimenti poi sembra che uno fa il disfattista) come il nostro. Poi certo, ci sono stati gli attacchi terroristici, gli scioperi contro la riforma del lavoro, una primavera piena di pioggia, lo scontento per quel tonno del presidente Hollande che è senza dubbio una persona molto intelligente ma a guardarlo così sembrerebbe un tontolone (e il sospetto ti viene), c’è la Marine (Le Pen) che ringhia, è una Giorgia Meloni cattiva, la Marine Le Pen (la Meloni vorrebbe essere cattiva, prende dei corsi che costano un sacco di soldi per essere cattiva, ma non ci riesce, perché dimentica tutto quello che le insegnano e la butta in caciara, è la disperazione dei suoi insegnanti, cosa ne faremo di questa ragazza?), insomma c’è stato tutto questo. E allora certo, c’è ancora più prudenza. Come se non fosse più lecito lasciarsi un po’ andare. Ma i francesi, va detto, pensano soprattutto al vino. La nazionale, mah. È un aspetto secondario. È come con le donne. A Parigi passano delle sventole allucinanti, da sentirsi male, da svenire, mezze nude, e i maschi francesi manco le guardano. Guardano il telefonino ridacchiando come degli scemi e fissano la riunione preparatoria per l’incontro dell’indomani che si propone di definire l’agenda del convegno del gruppo di lavoro intra-ministeriale sui rapporti tra uomini e donne. Nel frattempo la sventola è passata, la sua musica ha finito, quanto tempo è ormai passato e passerà.
Ci sono differenze con il mese del Mondiale 98?
Nel 1998, quando si è giocata la coppa del mondo in Francia, io non abitavo ancora a Parigi. Ma mi sono trovato a Santiago de Chile il giorno in cui si giocava Cile-Italia; la partita finì 2-2 con rigore sospetto per noi (noi italiani, intendo) a pochi minuti dalla fine. Il Cile era passato in vantaggio per due a uno e alla seconda rete avevo sentito tremare i vetri – per l’urlo spaventoso di Santiago. La sera poi ero in macchina e mi avevano beccato i carabineros. Son terribili, i carabineros. Hanno i baffi e sono severissimi. Hanno perquisito me e la macchina da capo a piedi e io già mi vedevo a vita nelle peggiori galere cilene (o anche nelle migliori). Avevo un mezzo appuntamento con una cilena carinissima che avevo miracolosamente rimorchiato e ‘sti bastardi di carabineros invece di incoraggiarmi mi tenevano lì come uno scemo. Poi alla fine mi hanno lasciato andare dicendomi: il rigore non c’era brutti ladri bastardi. La Francia quei mondiali lì li aveva vinti senza mai tirare in porta, a parte la finale che era una specie di rito già segnato. Era una Francia tipo la puttana del disperato erotico stomp di Lucio Dalla: ottimista e di sinistra. Una Francia che si è infranta nel 2002 quando Jean Marie Le Pen (che ormai non è più Jean Marie Le Pen ma è diventato il padre della Marine Le Pen), vecchio torturatore di algerini con l’occhio di vetro, un cattivone da caricatura dei cartoni animati, era arrivato al ballottaggio dell’elezione presidenziale contro Chirac. Jacques Chirac aveva realizzato l’ideale di Aldo Moro: non bisogna fare niente e se proprio non ci si riesce bisogna fare il meno possibile. Giusto. A forza di non fare niente la Francia è un paese che non sta più in piedi. Non c’è più lavoro, metà della Francia è mantenuta dai sussidi dello stato (e quindi avendo molto tempo libero, questa metà per svagarsi organizza manifestazioni di forte e indignata protesta contro il succitato stato) e l’altra metà lavora nello stato (e quindi appena può, siccome lavorare è francamente una menata, sciopera per unirsi alle manifestazioni di indignata protesta contro il suddetto stato). E tutte e due le metà (e quindi l’intera Francia, perché la somma di due metà fa l’intero, almeno quando andavo io a scuola era così) si lamenta dello stato e dice che non se ne può più. È l’anarco-statalismo, raffinata creatura politica francese. Ma nel 1998 invece erano convinti di essere nel migliore dei mondi possibili. Io non c’ero. Ma me lo immagino.
C’è fiducia nella squadra di Deschamps? E in quella di Conte?
Fiducia nella squadra di Deschamps. Ma dove? No. Nessuna fiducia. C’è fiducia se vincono. C’è fiducia in chi vince. Dopo il triplice fischio, se la Francia ha vinto, allora c’è fiducia. Ma se appena appena quella stessa squadra si ritrova in una mezza difficoltà, la fiducia non c’è più. Durante la partita con l’Irlanda, quando erano in svantaggio, i francesi avevano un colorito tra il verde e il grigio. Li guardavi e dicevi, ma santissimo Iddio questi qua si sentono male, bisogna chiamare un medico. Poi improvvisamente hanno trovato due gol che non sanno nemmeno loro come, e sono diventati tutti bianchi e rossi (e blu) come dei bei contadini al sole, che scoppiano di salute. Anche io sono diventato bianco e rosso perché ormai sono mezzo francese.
Quindi la morale (perché io sono moralista, quindi vi devo fare la morale), la morale dicevo è che anche in Francia si accorre in soccorso del vincitore. Non siamo stronzi mica solo noi italiani. Purtroppo non ce l’abbiamo questa esclusiva. Triste, ma bisogna accettarlo.
Vivere un competizione di questo tipo fuori dall’Italia, aumenta il tifo per gli azzurri o lo diminuisce?
Vivere fuori dall’Italia per me è stata una scoperta. Cioè, ho scoperto di essere italiano. Mica lo sapevo prima. Prima io pensavo che il mio essere italiano fosse un dato inessenziale. Poi sono venuto qui e ho cominciato a sentire gli stereotipi dei francesi e degli stranieri in generale su di noi: parlare con le mani, gli uomini italiani che corrono dietro alle donne, parlare forte. Mi facevano incazzare. Basta con questi stereotipi! Basta! E poi tra me e me mi dicevo: cazzo ma lo sai che c’hanno ragione? Mi sono visto gesticolare, ma perché non sto fermo con le mani, parlare forte e fare continuamente lo scemo con le donne. Cazzo i francesi c’avevano ragione! E ho capito che molto di quello che ero, che sono, e che io pensavo fosse la mia individualità unica e irripetibile (boum!) invece era solo il fatale ripetersi di una stessa vicenda: quella dell’italiano, figlio di italiani, battezzato e comunicato e poi sposato in chiesa anche se la famiglia non crede a nulla, non per fede (quello andrebbe benissimo) ma perché così si fa, perché così fan tutti – come una volta si prendeva la tessera del partito fascista, dicendo in famiglia «ma io mica son fascista!»; l’italiano per cui il calcio fa parte del paesaggio naturale e sociale, come le nuvole e le strade e le case; l’italiano che parla un po’ più forte – i francesi invece sussurrano, infatti non si capisce un tubo di quello che dicono, non si capiscono nemmeno tra di loro, sempre a chiedersi «pardon?». I più maleducati non dicono «pardon» ma dicono «quoi?». Ma maleducati o no, per capirsi devono ripetere le cose mille volte. Eh cazzo parlate più forte, no? Quindi io adesso non posso che essere italiano. Non posso che dirmi italiano. E quando gioca l’Italia soffro come un matto. Non dico come quando gioca la Sampdoria, perché quella è una cosa diversa, quella è la sola unica patria e sempre lo sarà; però sì, adesso per la nazionale italiana soffro e partecipo. Poi leggo di quelli come Marco Travaglio che dicono: io sto contro, parteggio per chiunque giochi contro l’Italia, e mi viene in mente Brel: ci vuole del talento per diventare vecchi senza essere mai stati adulti. E Travaglio è così, e quelli come lui che tifano «contro» l’Italia sono così: i petulanti conformisti dell’anticonformismo. Bisognerebbe vedere cos’è l’Italia, la nazionale italiana, quando vedi qui in Francia queste persone ormai anziane che sono qui da 40 anni e parlano mezzo in italiano e mezzo in francese, fanno un casino incredibile e hanno le lacrime agli occhi quando vince l’Italia. E i ragazzi, gli studenti, qui a fare il dottorato o che ne so io, ragazzi dell’Europa, che parlano cinque lingue e hanno già girato il mondo, mica dei totani come eravamo noi alla loro età, e quei ragazzi dell’Europa che conoscono il mondo e che proprio per questo girano avvolti nella bandiera italiana. Bisognerebbe vedere la realtà, a volte, e non solo se stessi, in uno specchio. Quando si amò Roma come il mondo, dice Giacomo (Leopardi. Chi volete che sia, Giacomo?), quando si amò Roma come il mondo, dicevo, non si amò più né Roma né il mondo. Vuol dire che se non si riconosce la propria identità, la propria appartenenza, diventa impossibile davvero aprirsi agli altri. E che aprirsi al mondo, all’internazionalismo, al cosmopolitismo, non significa diventare apolidi, non significa rinunciare alla propria terra, alla propria storia. Gli italiani che dicono di tifare «contro» l’Italia, non amano niente; non amano né Roma né il mondo. Viva l’Italia, allora. L’Italia derubata e colpita al cuore.

The following two tabs change content below.
Alberto Facchinetti

Alberto Facchinetti

Nato in provincia di Venezia nel 1982. Laureato presso l’Università di Padova con una tesi sul giornalismo sportivo, ha esordito nel 2011 con “Doriani d’Argentina” (ristampato nel 2013 in una versione ampliata e aggiornata). Nel 2012 è uscito “La Battaglia di Santiago”. Con Edizioni inContropiede ha pubblicato nel 2014 “Il romanzo di Julio Libonatti” e nel 2015 “Ho scoperto Del Piero – La storia di Vittorio Scantamburlo”. www.albertofacchinetti.it

4 risposte su “Euro2016 #12– INTERVISTA A MAURIZIO PUPPO”

Maurizio (Maurice) Puppo è un genio,un talento immenso con una penna d’oro. Grazie per questa sempre rinnovata scrittura penetrante e profonda :chapeau ! (A.Gatto)

Può essere un genio, può essere un talento, può essere un grande. Calcisticamente parlando è un lebbroso. Ovvero un sampdoriano. Però lo sento gli sono amico
sergio pessot

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *