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Tradimento Spagna, ma il Brasile è pronto?

Fino a poche ore fa, dopo aver seguito quattro Mondiali da inviato al fronte e tutti davanti al video dal 1966, avrei puntato sulla Spagna campione del mondo. Ora non più: la destituzione immediata di Lopetegui, il ct reo di essersi accordato con il Real Madrid dopo aver prolungato il contratto con la federazione fino al 2020, non potrà non aver conseguenze. Peccato, perché immaginavo una Spagna fortissima e molto unita dall’idea di poter vincere il trofeo più importante per la seconda volta prima dell’esaurimento di un ciclo straordinario, che ha avuto in quasi tre lustri protagonisti eccellenti. Non solo Iniesta, il cui erede naturale è evidentemente Isco, ma anche Xavi – che considero il miglior regista mobile dal Duemila in poi, superiore per continuità anche a Pirlo – e Puyol, Ramos e Piqué, Villa e Busquets, Casillas e David Silva, senza dimenticare protagonisti tutt’altro che marginali come Fabregas, Torres, Pedro. Ora la Spagna sembra essersi autoesclusa dalla corsa al titolo. In molti immaginano che come nel 1958 (anche allora curiosamente mancava l’Italia) possa vincere una nazionale non europea, indicata nel Brasile seguito dall’Argentina. Ho forti dubbi: il Brasile ha ottimi giocatori e un fuoriclasse come Neymar, che tuttavia non è un leader. Così come non lo sono Thiago Silva, né Coutinho. Potrebbe diventarlo Casemiro. Quattro anni fa, il Brasile fallì in casa propria l’assalto al sesto titolo. In Russia non può sbagliare.

Quanto all’Argentina, è atteso al varco Messi, attorniato da buonissimi compagni e da qualche comprimario, soprattutto in difesa. C’è poi una considerazione che non può essere nascosta: il Messi del Barcellona, in un ambiente che conosce alla perfezione, è un fenomeno. Ma il Messi dell’Argentina è un po’ diverso, come se l’idea di giocare per un Paese sia molto meno sopportabile dell’idea di giocare per un club. Una responsabilità troppo grande anche per Messi.

Non mi entusiasma la Germania, inferiore rispetto al 2014. Considero la Francia tra le prime quattro, ma con qualche limite invalicabile soprattutto nelle retrovie. Infine, il Portogallo: produceva un calcio seducente senza vincere mai, all’Europeo 2016 ha giocato maluccio, compresa la finale, ma ha vinto anche senza il miglior Ronaldo. E’ un gruppo maturo, solido: può spingersi fino alla conquista suprema? Ne dubito.

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Enzo D'Orsi

Enzo D'Orsi

classe 1953, ha seguito la Juventus per 21 stagioni per il Corriere dello Sport. Dal 1979 al 2000. Quattro Mondiali e cinque Europei da inviato. Più di 250 partite di coppe europee. Migliaia tra tutti i campionati. Ha lavorato anche a Paese Sera e Leggo, oltre ad una parentesi al settimanale Rigore. Simpatizza per il Manchester United dai tempi di Bobby Charlton, il suo primo idolo. Adora il calcio inglese, l'Umbria e Parigi. Sposato. Tre figli. Quattro nipoti. Si considera fortunatissimo: fin da bambino, voleva fare soltanto il giornalista.