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SMITH E CARLOS, LA RIVOLUZIONE DELLA LIBERTA’ (Speciale 1968 a cura di Alessandro Mastroluca)

“Non aspettare di fare domani quel che potresti fare oggi. Perché il domani non è garantito”. Se l’è sentito ripetere tante volte da suo padre, Tommie Smith. Quella massima l’ha seguita fedelmente, fino al tardo pomeriggio che diventa sera del 16 ottobre 1968. Quando l’oggi è diventato sempre. Quando il momento ha unito quel che i caratteri avrebbero diviso. Perché Smith e John Carlos, uniti per sempre dentro un fotogramma diventato eterno, non potrebbero essere più diversi. Sono due sprinter, due neri, due mariti e due padri. Ma non potrebbero essere più diversi. Eppure insieme hanno alzato un pugno guantato di nero sotto le stelle incipienti del Messico. E niente sarebbe più stato come prima.

Tommie Smith è il velocista di punta degli Usa, che secondo l’allenatore della squadra di atletica alle Olimpiadi ha portato la selezione migliore di sempre. È “grazia liquida” dice chi lo conosce. Un esempio fulgido di fiero spirito competitivo in uno sport individuale e individualista. Ma non è solo questo. È un figlio del sud, nato il giorno del D Day: il padre, che ha studiato leggendo la Bibbia, raccoglie cotone, la madre, Dora, morirà nel ’70 mentre in Chiesa ascolta la figlia cantare. Tommie cresce in una piantagione, suo padre cerca di proteggerlo quando gli annunciano che il figlio deve andare alla Stratford Grammar School, poco lontano. L’annuncio lo porta il preside, che si chiama Smith pure lui ma è bianco. Smith senior si oppone, nessuno gli dice quel che i figli devono o non devono fare, ma alla fine Tommie accetta.

Vede i primi bianchi e insieme comprende che non è poi così bravo nello studio. Ma c’è una cosa che sa fare davvero bene, correre. Al primo anno alla Lemoore High School fa già 9.6 sui 100, salta più di 7 metri in lungo e prova anche i 440 metri, il quarto di miglio, contro la scuola rivale per eccellenza, Hanford[1]. Nel 1963 ottiene una borsa di studio sportiva all’università. “Non volevo tornare nei campi di cotone” dice, “in America se ti vedono con le scarpe pulite e un libro sotto al braccio vuol dire che sei uno che ce l’ha fatta”. Quell’anno, come risposta alla desegregazione nelle scuole, un attentato fa esplodere la Sixteenth Street Baptist Church di Birmingham: quattro ragazze nere muoiono nell’attentato. “Potevo leggere la costituzione e confrontare quel che c’era scritto con la realtà” ammette Smith.

Non è un atleta come gli altri, Smith, e quella che frequenta non è un’università come le altre. Studia alla San Jose State University, dove ha incontrato Harry Edwards, l’architetto della ribellione degli atleti neri. Edwards, che all’epoca detiene ancora il record nel lancio del disco per un atleta di quel college, ha il carisma dei leader. È il primo studente nero che si sia laureato in corso e il primo professore nero nella storia di quell’università. Quando si è iscritto, gli studenti neri non potevano dormire negli stessi alloggi con i bianchi e potevano scegliere solo facoltà di valenza accademica minore come Educazione fisica.

Proprio su questa leva, nel 1967, Edwards e gli studenti avvieranno la protesta che farà spostare la prima partita di football della stagione e infuriare un certo Ronald Reagan, allora governatore della California. “Se non ci affittano le camere” dirà Edwards, “perché dobbiamo giocare per loro?”.

Smith non è mai stato un radicale, ancor meno nel periodo da riservista nell’esercito. “Scrivetemi una regola e la seguirò” diceva.  Ha una borsa di studio per il basket e l’atletica, ma la pallacanestro gli sta rovinando lo scatto. Ne parla con il coach, ma non si sente a suo agio. “Capisco” gli dice l’allenatore, “buona fortuna. E ogni tanto torna a trovarci”[2]. Ora può finalmente concentrarsi solo sull’andare più veloce di tutti. Lo aiuta Bud Winter, il “creatore di velocisti” più apprezzato d’America.

Dal secondo semestre del 1967 Winter ha la possibilità di allenare entrambi gli sprinter all’epoca più forti del mondo. Al campus della San Jose State University arriva John Carlos, che è l’esatto opposto di Smith.

È cresciuto a Harlem, e corridore lo è diventato praticamente per caso. Ha capito da subito che la legge e la giustizia non sempre vanno d’accordo, da ragazzo guidava una gang che rubava soprattutto generi alimentari dai traghetti e li distribuiva ai poveri. Uno dei poliziotti che un giorno lo insegue dopo uno di quei furti gli regala un futuro alternativo, invece di arrestarlo. Sembra una scena già vista, pare di rivedere l’agente che accompagna in palestra il giovane Cassius Clay infuriato perché gli hanno rubato la bicicletta.

A 15 anni, il giovane Carlos è stato anche processato perché ha bruciato tre pini nel complesso di case popolari in cui abita. “Però ho fatto andare via tutti, prima” si difende. In un quartiere di bianchi, ha visto gli addetti alla disinfestazione spruzzare insetticidi sugli alberi contro le processionarie. Perché da noi non li ho mai visti si chiede? Perché mamma Violis non può nemmeno uscire in giardino per paura del contatto? Dice anche di essere andato a parlare con il responsabile, e il giudice rivela, attraverso il contratto, che non ha eseguito le disinfestazioni previste per anni. John è libero.

L’aria da Robin Hood non l’ha persa nemmeno a scuola. Ha protestato con il preside per la scarsa qualità del pollo servito in mensa. Perfino mia madre, dice, sa cucinarlo meglio. “Hai 48 ore per risolvere la situazione” lo minaccia, senza successo. Ha così iniziato, con un gruppo di altri studenti, un boicottaggio della mensa che va avanti per un paio di settimane. Ma non tutti possono permettersi di portarsi il pranzo da casa, allora torna dal preside che gli fa capire di non voler cambiare le cose. “Beh, allora chiamerò il New York Times, il Daily News, tutta la stampa di Harlem e non solo e poi vediamo che succede”. La qualità dei pasti migliora[3]. Espulso da quella scuola e da un altro paio dopo, si iscrive Machine and Metal Trades. Lo chiamano, dopo una serie di infortuni, come sostituto per le Penn Relays, una gara inter-scolastica di staffette che è una delle più antiche competizioni di atletica leggera nella storia degli Stati Uniti. I ragazzi della MMT si sono allenati nei corridoi della caffetteria senza nemmeno le scarpe adatte. John, però, ha le idee chiare: è lì per vincere.[4] A 10-15 metri dal traguardo è in testa ma all’improvviso, però, sente quello che chiamano l’Orso, i muscoli diventare di pietra. Non ha vinto ma è andato forte come si vede solo alle Olimpiadi. Il suo nome comincia a circolare.

Carlos è diventato un seguace di Malcolm X, che ha fondato con Elijah Muhammad la Nation of Islam, il gruppo di musulmani neri cui ha aderito anche Cassius Clay. Lo uccideranno a febbraio del 1965. Una settimana dopo, il 29 febbraio, Carlos ha sposato la sua Kim. Avranno anche una bambina, Kimme, così per mantenerla e lavorare si trasferisce con la famiglia aEast Texas. Hanno ottenuto rassicurazioni, gli hanno detto che non ci sono discriminazioni, che potranno avere un lavoro nel campus e Kim potrà viaggiare sul pullman della squadra quando John partirà per le gare. “Come siamo atterrati all’aeroporto, ho capito che avevamo un grande errore” ammetterà nella sua autobiografia.

Il rapporto col coach della squadra di atletica va sempre peggio. Sopporta di tutto per un un anno, poi lo sente parlare di come i suoi cavalli batteranno tutti gli altri cavalli in un meeting. “Sì dà il caso” gli ribatte Carlos, “che questo cavallo ha un cervello. Se mi offendi come uomo, non mi vedrai correre”. La storia rimbalza sul Track and Field News, la rivista di riferimento allora per l’atletica, e il direttore riunisce tutti gli studenti di colore in una sala. “Chi non approva come vanno le cose qui, può anche andarsene”. Carlos, che non aspetta altro, se ne va.

Arriva alla San Jose State[5] nel momento chiave dell’Olympic Project for Human Rights, un movimento, un gruppo di atleti neri che si riunisce intorno a Edwards. Vorrebbero che fossero restituiti i titoli mondiali tolti a Muhammed Ali quando si è rifiutato di partire per il Vietnam e ha opposto un’obiezione di coscienza per motivi religiosi. Chiedono di aggiungere almeno due coach neri alla squadra di atletica maschile[6], e almeno due dirigenti che possano prendere decisioni all’interno del comitato olimpico Usa. Chiedono anche che Brundage venga rimosso dall’incarico di presidente del CIO, il comitato olimpico internazionale[7].

La proposta che divide il mondo però è un’altra. Edwards, che per il gruppo è e sempre sarà il volto del movimento per i media, fa leva su quel suo carisma che non ammette repliche e il 23 novembre 1967 chiude la tre giorni della Black Youth Conference a Los Angeles. “Gli atleti neri presenti hanno votato all’unanimità di sostenere il boicottaggio dei Giochi Olimpici del 1968” annuncia. L’Olympic Project for Human Rights ha individuato il suo primo, grande, terreno di battaglia[8].

Smith, che allora detiene il record del mondo sui 200 metri, è pronto a non partire per il Messico, a non andare alle Olimpiadi. “Darei il mio braccio destro per vincere l’oro alle olimpiadi” spiega Smith. “Ma sono pronto a rinunciare alla mia partecipazione, a dare anche la mia vita, se servirà ad aprire le porte a un futuro in cui possa essere alleviata la sofferenza e l’ingiustizia che soffriamo in America”[9].

La protesta degli atleti nasce dagli stessi semi dei sit-in, dei viaggi della libertà. Nasce dal disgusto per l’America razzista e dalla nuova sensibilità, la nuova responsabilità che gli atleti neri di successo avvertono. L’evoluzione piace a Martin Luther King[10], ma l’idea del boicottaggio non incontra il plauso di tutti gli atleti, e nemmeno di tutti gli sprinter. Per chi lo contesta, è un’iniziativa che danneggerà l’America. Smith, a precisa domanda, sosterrà la possibilità del boicottaggio alle Universiadi di Tokyo dell’estate del 1967: riceverà in risposta lettere d’odio da quella “middle America” sempre bisognosa di eroi da esaltare e nemici da indicare.

Un editoriale di Life, rivista con una reputazione di apertura verso il radicalismo nero e i movimenti per i diritti civili, sintetizza l’impasto di contraddizioni che separa le differenti posizioni. “I negri (Negroes), hanno fatto spesso un buon uso dell’arma del boicottaggio, soprattutto contro la discriminazione sui posti di lavoro, nei ristoranti, dove l’obiettivo era chiaro e vulnerabile. Ma cosa possono ottenere boicottando le Olimpiadi, che sono state particolarmente libere dalle discriminazioni?”.

È la lettura idealistica di Avery Brundage, convinto che il movimento olimpico sia “una religione moderna e universale, che incorpora tutti i valori basilari delle altre religioni, una religione moderna, entusiasmante, dinamica, virile”.

Edwards, convinto che il boicottaggio offra “una delle poche alternative alla violenza per l’effettiva espressione del disagio dei neri”, ha organizzato un grande incontro all’Americana Hotel nell’aprile del 1968, che oggi non esiste più, di fronte al vecchio Madison Square Garden. Ha invitato anche Carlos, che riceve la telefonata mentre sta aiutando la madre a ritinteggiare le pareti. Dentro, fra soffitti altissimi, candelieri, legni scuriti dal tempo, Edwards ha riunito i gianti delle lotte per i diritti civili. C’è anche Martin Luther King che ha in mente di coinvolgere tutti quelli che hanno marciato per la libertà a Selma, a Montgomery, nelle manifestazioni simbolo della lotta per i diritti civili, e portarli a Città del Messico per una grande manifestazione durante le Olimpiadi. Alla fine dell’incontro Carlos, un po’ in soggezione, avvicina il reverendo. “Perché è così attratto dall’idea del boicottaggio alle Olimpiadi?” gli chiede. “Perché avrebbe un potere enorme, e il potere sta proprio nell’assenza. Sarebbe come una guerra senza i soldati neri. Non diciamo: bruciamo tutto. Diciamo solo che non ci interessa partecipare, poi vediamo come vi sentite senza di noi a far parte dello show”[11].

Gli pone anche una seconda domanda, più personale. “Perché ha intenzione di tornare a Memphis nonostante le minacce di morte?”. King, che ancora non lo sa ma ha un appuntamento col suo assassino, dà una delle risposte che meglio spiegano la sua visione del suo ruolo e della vita. “Devo tornare ed esserci per quelli che non vorranno esserci e per quelli che non possono esserci”. Arthur Ashe, che nel 1968 vincerà il primo Us Open aperto ai professionisti, e diventerà il primo nero a giocare nel Sudafrica dell’apartheid e a conquistare Wimbledon, vedrà anche in questo un limite della comunità nera. Lo chiamerà il complesso del Messia. “Abbiamo sempre cercato qualcuno che risolvesse al posto nostro i problemi che non riuscivamo a risolvere da soli”.

L’OPHR ottiene due vittorie. Funziona la protesta al meeting di atletica indoor al New York Athletic Club, che ammetteva membri ebrei ma non neri. Funziona la pressione sul CIO che torna sui suoi passi e conferma l’esclusione del Sudafrica, per via dell’apartheid. Il 22 aprile, Brundage va a spiegare le ragioni alla televisione inglese.

“La presenza di una nazionale sudafricana multi-razziale potrebbe provocare violenze?”

“Sembra che ormai viviamo in un’epoca in cui la violenza sia all’ordine del giorno. Noi siamo preoccupati della dignità dei Giochi e della sicurezza di tutti i partecipanti”.

“Si può dire, dopo gli eventi degli ultimi mesi, che la politica e il movimento olimpico siano intrecciati come mai prima d’ora?”.

“Non userei quell’espressione. La politica esiste, non possiamo negarlo. Ma stiamo facendo tutto quel che è in nostro potere per tenere ogni interferenza politica e commerciale fuori dai giochi”[12]. Ma dopo l’esclusione del Sudafrica la domanda rimane: perché i neri americani dovrebbero boicottare?

Molti, anche fra gli atleti neri, si chiedono se e come non andare alle Olimpiadi potrà aiutare ad avere più opportunità di lavoro, ad avere case e un’istruzione migliore[13], e dubitano che questo possa accadere. È una posizione che Carlos dimostrerà anche a distanza di anni di non condividere.[14]

Edwards annuncia che sul boicottaggio ci sarà un voto ai Trials, le prove di qualificazione per gli atleti Usa ai Giochi. Per la prima e unica volta nella storia dello sport statunitense, il comitato olimpico Usa, l’USOC, decide che i Trials in realtà saranno due. Si corre prima al Coliseum di Los Angeles, poi a Tahoe. Teme il possibile boicottaggio e vuole coprirsi le spalle con una seconda prova.

Nei 200 a Los Angeles ci sono 50mila persone allo stadio. Carlos è in corsia uno, Smith nella 8, le peggiori possibili. I dubbi sullo strano sorteggio con bigliettini scritti a mano e messi dentro un cappello aumentano. Ma Smith e Carlos si qualificano comunque. Carlos però ha un problema a una gamba e non corre i 100. Li farà all’Echo Summit di Tahoe. Non solo li fa, li stravince: 19”70, nettamente nuovo record del mondo. Però succede qualcosa.

Il CIO ha un accordo con Adidas, l’azienda tedesca di proprietà di Adolf Dassler che nasce dalla scisione della Gebruder Dassler. Ma Carlos ha corso con un paio di scarpe Puma, di proprietà del fratello di Adolf, Rudolf Dassler, che in un primo momento avrebbe dovuto chiamarsi RuDa, un’idea abbandonata per fortuna di tutto il suo ramo familiare. Le sue scarpe hanno 64 piccoli tacchetti, è la stessa concezione di quelle che userà Usain Bolt quarant’anni per riscrivere la storia dell’atletica leggera a Pechino. Ma non sono omologate, quindi il tempo è considerato nullo. E non avendo corso a Los Angeles, ai Giochi Carlos farà solo i 200. Perché ai Giochi Carlos ci sarà. Perché quel voto prima dei Trials ha rivelato quel che all’interno dell’OPHR si sapeva già: il boicottaggio non è realistico.

Il primo ottobre il comitato organizzatore scopre il Villaggio olimpico. Ottocento appartamenti che, come per i Giochi invernali di Grenoble, saranno messi in vendita come buona parte degli impianti. Hanno terminato di costruire anche il palazzetto dello sport, la piscina, il velodromo, l’Azteca, dove poi metteranno una targa per ricordare che lì si è giocata la partita del secolo, ItaliaGermaniaQuattroaTre, tutto d’un fiato. Notevole il bacino del canottaggio, a una decina di chilometri: l’acqua stagnante è stata sostituita, migliaia di carpe sono state poi immesse per nutrirsi delle alghe.

Ma le Olimpiadi iniziano sotto una stella nera. Peggio, sotto tre sinistre luci verdi. È mercoledì 2 ottobre 1968, e quelle luci arrivano dagli aerei che sorvolano Piazza delle Tre Culture. La chiamano così perché convivono una piramide azteca, una chiesa spagnola del ‘500 e i palazzi moderni. In piazza ci diecimila studenti. Hanno sempre manifestato lì, perché è il cuore del quartiere di Tlatelolco, vicino all’università, perché è facile arrivare ed è facile scappare. Protestano da qualche mese, chiedono più libertà ma l’esercito ha risposto occupando scuole e università. Negli scontri sono morti sono morti un centinaio di studenti.

Il mondo si sta dividendo sui bombardamenti della New Jersey in Vietnam e sull’ultimo documento del Segretariato vaticano sul dialogo con i non credenti. In Messico i ragazzi chiedono che l’esercito smetta di occupare le scuole. Le tre luci verdi scatenano l’inferno. La polizia e l’ esercito sparano per 29 minuti. Morirono donne, uomini e bambini: 250 persone secondo la Cia, fino a 500 per i giornalisti presenti fra cui Oriana Fallaci[15].  Il comitato organizzatore incontra subito il governo messicano e promette che per i Giochi non si ripeterà nulla di simile. Il dipartimento di Stato Usa rassicura: quel che è successo riguarda solo una piccola parte della popolazione e l’ordine è già stato restaurato[16]. A sparare, si saprà anni dopo, sono i soldati in borghese del Presidential General Staff, un gruppo scelto che protegge i presidenti messicani. Secondo i documenti pubblicati nel 1999, l’ordine è arrivato direttamente dal presidente Gustavo Diaz Ordaz.

Dieci giorni dopo, il 12 ottobre, sono in centomila allo stadio Olimpico per la cerimonia d’apertura di quella che sarà ricordata come l’Olimpiade della rivoluzione di Dick Fosbury, ingegnere dell’Idaho che si presenta con due scarpe di colore diverso, protetto come un segreto militare da nascondere ai sovietici, che trasforma il suo salto in alto all’indietro nel più grande salto nel futuro di tutta l’atletica leggera.

Centomila squardi, duecentomila occhi si muovono tutti insieme verso la sagoma scattante di Enriqueta Basilio. È una ragazza di vent’anni, è la prima donna nella storia ad accendere il braciere olimpico. “Ho acceso il cuore delle donne, la lotta per l’uguaglianza e per la giustizia” dirà a BBC Mundo[17].

Si alzano in volo 40 mila palloncini e 6 mila colombe. Sugli schermi dello Stadio Olimpico la religione dell’olimpismo trova la sua traduzione in inglese e in francese. “Desideriamo offrire e ricevere l’amicizia di tutti i popoli del mondo” si legge.

Quando sfila la delegazione Usa, gli atleti ci sono praticamente tutti. Tutti tranne uno, Lew Alcindor, la stella del basket universitario Usa, che gioca per la UCLA, l’Università della California. Per lui, la NCAA ha cambiato le regole e vietato la schiacciata. Il sottotesto è chiaro: si tratta un “è un atto simbolico, retorico, che implica complesse politiche culturali e questioni di violenza”, e a farlo sono soprattutto atleti neri. E ai bianchi quelle manifestazioni di superiorità atletica non piacciono. Ma i neri si sono sempre adattati e Alcindor per reazione inventa il gancio cielo, il tiro meno marcabile nella storia del gioco. Alcindor, diventato sempre più vicino a Edwards e al suo progetto, ha incontrato Carlos dopo il voto che cancella il piano di boicottare i Giochi.[18] “Lascia che ti dica una cosa. Diventerai una stella dell’NBA, e che tu vada o meno in Messico non farà alcuna differenza” gli dice Carlos. “Ma se scegli di non partire, perché non dici che è perché vuoi finire l’università? Chi potrebbe criticarti per questo?”. È esattamente quello che succede, almeno all’inizio.

Il direttore del programma atletico di UCLA definisce la decisione “puramente accademica”. “Non senti il dovere di rappresentare la nostra nazione?” gli chiedono durante un’intervista in televisione. “Questa non è la nostra nazione” risponde, e su quel nostra il tono cala come un’accusa, come una maledizione. “La nostra nazione ha un dovere verso di me in quanto nero, e sono 400 anni che non compie quel dovere”. Alcindor, come Carlos aveva previsto, arriverà in NBA. Solo che non lo chiameranno più così. Nel 1968 prende un nome diverso, più islamico, anche se lo renderà ufficiale solo nel 1971: con il nuovo nome, Kareem Abdul-Jabaar, diventerà il miglior marcatore di tutti i tempi nella storia del basket Usa.

Il programma delle gare di velocità inizia il 15 ottobre. Jimmy Hines, che corre i 100 in cui avrebbe voluto gareggiare Carlos, vince l’oro in 9.95, nuovo record del mondo. Secondo arriva il giamaicano Lennox Miller, terzo l’altro statunitense nero Charlie Green, che assapora quella gloria e il desiderio di portare gli Usa davanti al resto del mondo. Non c’è alcun segno di protesta durante l’inno ma non ci sono nemmeno sorrisi. Gli americani non stringono la mano a Brundage che mette loro al collo le medaglie. Il messaggio arriva forte e chiaro: il presidente del CIO non parteciperà ad altre premiazioni.

Quel giorno iniziano anche le batterie dei 200. Smith e Carlos, che viene graziato perché i giudici non vedono un’invasione di corsia, indossano calze e berretti neri. Ma non succede molto altro. La sensazione, però, è che le tanto attese proteste dei neri abbiano creato più rumore che problemi.

Il 16 dicembre, John Carlos vince la prima semifinale in 20”13. Secondo arriva un ventottenne che alle Olimpiadi del ’56 saltava la scuola per andare a vendere torte salate e pasticci di carne agli spettatori di Melbourne. Cresciuto in una famiglia devota all’Esercito della salvezza, vorrebbe giocare a football australiano, ma il kit costa troppo così ripiega sull’atletica. Si è presentato in Messico senza aver mai corso su una pista olimpica. Il comitato olimpico australiano gli ha dato tre obiettivi: ripetere il tempo di qualificazione, non arrivare mai ultimo, non farti mai battere da un britannico. Ha battuto il record Olimpico. Si chiama Peter Norman.[19]

Smith vince la semifinale in 20”13 ma sente come una freccia pungergli una gamba. Ha una contrattura al muscolo gracile, il retto interno dei flessori della coscia subito sotto la giunzione in cui il muscolo si trasforma in tendine e si attacca all’osso nella zona dell’inguine. Il ghiaccio e la paura lo accompagnano per due ore. “Tom, come stai? Ci sarai?” gli chiede Carlos prima della finale. “Sì, ci sarò”.

Il sorteggio li mette in corsie vicine. Alla 3 Smith, pettorale 307. Alla 4 Carlos, pettorale 259. Alla 6m “la sedia della morte” perché da lì non vince mai nessuno, Peter Norman, numero 111. In mezzo, alla 5, Larry Questad. Smith non indossa i soliti occhiali da sole che mette di solito, si corre alle 20, è troppo buio. Ma ha i calzettoni neri, lunghi, che indossa per non dimenticare povertà dei neri d’America. È un simbolo che Jesse Owens, l’atleta nero che ha spento i sogni di gloria ariana di Hitler nel ’36 e regalato a Leni Riefenstahl i fotogrammi più visionari del suo Olympia, il film che ha cambiato per sempre la storia della cinematografia sportiva, non capisce. Non dovreste indossarli, consiglia prima della gara, perché quelle calze rischiano di bloccare la circolazione del sangue.

Alla partenza, racconta Smith, non devi guardare, non puoi distrarti. Mai puntare gli occhi sulla folla, mai voltarti verso lo starter, ti basta sentirlo. In Messico, però, hanno cambiato la procedura. Non tutti gli atleti conoscono, capiscono le espressioni spagnole per “Ai vostri posti” e “Pronti”, i due annunci tipici prima dello sparo dello starter. Allora si cambia: un fischio, poi due fischi, poi buum.

Smith non guarda nemmeno Carlos, anche se sa che è l’uomo da battere e gli piace sentire alla curva di avere qualcuno davanti da inseguire. Non lo guarda perché salterebbe tutto il controllo del corpo, tutta la tecnica. Perché correrebbe la gara di Carlos, non la sua. E la sua è una progressione studiata perché si può concedere 15 passi, non di più, alla Tommie Jet.

Norman parte piano, Carlos, invece, è perfetto e alla curva ha un metro e mezzo di vantaggio. Ma Smith non ha quel soprannome, “Jet”, per caso. Sente che le gambe reggono e allora va. La sua è un’esplosione di bellezza, armonia, grazia e forza. Alza le mani qualche metro prima del traguardo e

qualcosa gli costa. Racconta che sugli schermi il primo tempo che compare è 19.78, ma i risultati ufficiali tramandano un altro tempo, 19.83. Anche con quei cinque centesimi in più, resta il primo uomo a correre 200 metri in meno di venti secondi.[20]

Carlos passa gli ultimi metri a guardare il rivale che sprinta e va. “Lui era ossessionato dalla vittoria. L’ho lasciato vincere perché non avrebbe alzato quel pugno al cielo se non fosse salito sul gradino più alto del podio” ha ripetuto più volte Carlos[21]. Smith, che non ha mai accettato questa versione, si allontanerà per anni dall’uomo con cui ha scritto la storia. Quel che nessuno ha previsto è che alle spalle di Carlos vola Norman, che si prende l’argento nella finale olimpica dei 200 più veloce dall’inizio della storia dei Giochi.

Quello che succede nel tunnel, nella pancia dell’Olimpico di Città del Messico, rimane sospeso fra storia e leggenda. Smith, nella sua versione, avvisa Norman dell’intenzione sua e di Carlos di mettere in scena una protesta sul podio. Tira fuori i guanti che ha fatto comprare alla moglie Denise, nel caso avesse dovuto stringere la mano a Brundage, e offre il sinistro a Carlos. Sente il rivale chiedere all’australiano se vuole partecipare. Norman accetta e Smith vede John ricevere la coccarda dell’OPHR da Paul Hoffman, il canottiere di Harvard che non a caso sarà una delle istituzioni più vicine a Smith e Carlos anche nei giorni successivi.

Norman, però, racconta un’altra storia. Nella sua versione, raggiunge gli altri due già nello spogliatoio dove viene a sapere della protesta. “Tu credi nei diritti umani?” gli chiedono. Norman si è battuto in Australia per i diritti degli aborigeni, che in Australia hanno ottenuto il diritto di voto solo nel 1962 e hanno iniziato ad essere considerati nei censimenti nazionali solo nel 1967. Racconta la sua storia a Carlos che vorrebbe tirar fuori il suo paio di guanti ma l’ha dimenticato al Villaggio. “Tom, perché non dai il sinistro a John?” suggerisce, poi chiede se può avere una delle spille dell’OPHR. Allunga la mano verso qulla di John, che però lo allontana. A quel punto incontrano il baffuto Hoffman e Carlos gli strappa la spilla e la appunta sul petto di Norman. “Credo nei diritti civili. Gli uomini sono nati tutti uguali, devono essere trattati tutti da esseri umani. Pensavo che fossa una buona chance vedere un uomo bianco dalla loro parte. Spero che molti australiani apprezzeranno quello che ho fatto” dice Norman.[22] Non sarà così. Verrà accolto come un paria e non correrà mai più alle Olimpiadi.[23] Lo dimenticheranno in tanti, nel monumento del 2005 inaugurato al college della San Jose State University, il suo posto è uno spazio vuoto, buono per i selfie. Lo ricordano, però, Smith e Carlos. Saranno loro a portare la bara al suo funerale perché Norman non ha alzato un pugno, ma ha teso una mano, non era americano, non era nero, ma era un uomo.

Carlos, infine, colloca la scena della spilla prima della gara, suggerisce che Norman sapesse della manifestazione già alla partenza. Comunque sia andata, alle 20.41 del 16 aprile 1968, Tommie Smith, Peter Norman e John Carlos si preparano a scrivere la storia.

Ogni dettaglio è studiato per dare un messaggio. Sono entrambi senza scarpe, con un paio di calze nere, per simboleggiare la povertà dei neri. Smith ha una sciarpa nera al collo, per l’orgoglio afro-americano, Carlos porta la felpa sbottonata, omaggio agli operai sfruttati, e una collana di perline, come i grani di un rosario, una per ogni nero linciato o ucciso di cui nessuno ha pianto la morte. Alzano le mani guantate e abbassano la testa, è una protesta e insieme una preghiera.

A una ventina di metri di distanza c’è la buca per i fotografi, quasi vuota. Uno dei pochi presenti è John Dominis. Lavora per Life, la prima rivista al mondo di sole fotografie. Ha passato un mese con Steve McQueen nel 1963 e tre a documentare la vita di Frank Sinatra, insieme alla sua cerchia di amici e autisti. Ha immortalato John Kennedy mentre diceva di sentirsi berlinese e lo storico viaggio di Nixon in Cina nel 1972.

Dominis scatta, in bianco e nero, con due impressioni forti: allo stadio, pensa, non se n’è accorto quasi nessuno di quello che succede sul podio. E quella foto, con gli atleti girati di lato e i pugni stretti nei guanti neri alti sotto le stelle incipienti del Messico, non gli sembra granché[24]. Sarà solo la sesta foto più influente di tutto il Novecento per la stessa rivista Life.

Dopo la gara, la sala per le conferenze stampa, 12 metri per 10, è stracolma di giornalisti. Le domande e le risposte vengono tradotte in inglese, francese, spagnolo. Dopo le prime due, che non riguardano il Black Power Salute, Carlos, il più diretto dei due, perde la pazienza. “Siamo neri e siamo fieri di essere neri nell’America bianca. Non siamo dei cavalli a uno show, che se fanno bene ottengono le noccioline in premio. Dite agli americani e al mondo che se non sono interessati ai problemi dei neri, allora non dovrebbero venire a vederli gareggiare”[25].

Mentre al Villaggio Olimpico scoppia una piccola rissa perché gli atleti polacchi gettano buste di plastica piene d’acqua sui guineani che cantano canzoni tribali e reagiscono tirando pietre, e i kenyani annunciano in conferenza stampa annunciano di non avere più un tecnico bianco, i giornalisti si dividono.

“La loro ignobile performance sul podio ha completamente offuscato una prestazione magnifica. È una vergogna. (…) Carlos ha rovinato la conferenza stampa dopo la gara tenendo una lezione ai giornalisti accorsi su cosa dovessero pensare e scrivere. Forse è tempo che gli atleti di vent’anni la smettano di credersi filosofi sociali”[26]. Così scrive Brent Musburger, il più critico di tutti, sul Chicago American. C’è chi parla di saluto nazista, chi lo definisce un insulto. E non sono solo i bianchi a criticare. Ebony, la rivista di riferimento per i neri d’America, ne parla come di una recita mentre l’America ha conosciuto le bandiere bruciate contro la guerra, la violenza nei ghetti, i linciaggi. Robert Lipsyte, che ha coperto tutta la campagna dell’OPHR per il New York Times nel 1968, quel giorno è allo stadio e rimane deluso: “E’ tutto qui?”[27].

Quel saluto, che è troppo offensivo per i bianchi e troppo innocuo per i neri, finisce sulle prime pagine di tutto il mondo. Il giorno dopo il Guardian dà più spazio a Smith e Carlos che all’arresto di John Lennon per possesso di marijuana. Tutti a quel punto si chiedono: che farà Brundage? Il giorno dopo il presidente del CIO accusa il capo dell’USOC Douglas Roby di non essere capace di “controllare” i suoi atleti e minaccia, in caso si ripetano azioni simili, di espellere tutta la delegazione Usa dai Giochi. E l’USOC, dopo due diverse riunioni, decide di espellere Smith e Carlos per il loro “atipico esibizionismo”. Devono restituire il pass per entrare al Villaggio, fare le valigie, anche se hanno già spostato quasi tutto all’hotel Diplomatico dove alloggiano le mogli, e lasciare il Messico entro 48 ore. E quella decisione porterà l’immagine dei due atleti con i pugni guantati al cielo a un pubblico molto più numeroso di quanto Smith e Carlos potessero mai immaginare. Gli chiedono anche di restituire le medaglie, e per anni si sentiranno chiedere cosa avessero provato in quel momento. Niente, scrive Smith nella sua autobiografia, perché quelle medaglie le abbiamo ancora noi.

Smith e Carlos ornano in un’America divisa, che da pochi giorni può riascoltare in vinile la colonna sonora del Romeo e Giulietta di Zeffirelli, e come Nino Rota si chiede “Cos’è la gioventù”. È impeto e fuoco, che come una rosa sboccia e in breve svanisce.  Non basta però una canzone triste perché le cose vadano meglio, come cantano i Beatles nel loro capolavoro rimasto per più tempo in testa alle classifiche americane, Hey Jude. Smith accetta di farsi intervistare negli studi della ABC, e spiega a Howard Cosell tutti i simbolismi nascosti in quel messaggio di unità e dignità nera[28]. Carlos minaccia di fare causa all’USOC per diffamazione.

In Messico, chi rimane si divide. Nessuno sente la pressione del momento come Lee Evans, che ha convinto Smith ad avvicinarsi all’OPHR. Evans è stato fra i primi a sostenere le ragioni del boicottaggio dei neri alle Olimpiadi. Simpatico, determinato, con una progressione devastante nel finale, Evans è indeciso. Pensa di andarsene e di non correre la sua finale nei 400 per sostenere l’amico. Ma è proprio Smith, prima di lasciare il Messico, a convincerlo a restare e gareggiare. È indietro dopo l’ultima curva ma nessuno regge il suo scatto finale. È il primo uomo a scendere sotto i 44 secondi sul giro di pista. Il podio è tutto americano, tutto di colore. Evans, Larry Farmer e Ron Freeman salgono sul podio con la testa coperta da tam neri, i berretti scozzesi col pon pon, e alzano appena i pugni al cielo. L’atmosfera, però, è più rilassata, giocosa, non ha nulla della solenne rigidità del saluto di Smith e Carlos. “Perché avete indossato quei berretti?” chiedono i giornalisti. “Perché pioveva” rispondono. Non è da tutti fare la rivoluzione.

[1]    K.Moore, “A courageous stand”, Sports Illustrated, 5 agosto 1991

[2]    K.Moore, cit; T.Smith, A silent gesture, Temple University Press, 2008, p.127-128

[3]    D.Zirin, J.Carlos, The John Carlos Story, Haymarket Books, 2011, p.35-36

[4]    D.Zirin, J.Carlos, op.cit., p.54

[5]    D.Hartmann, Race, culture, and the revolt of the black athlete, The University of Chicago Press, Chicago and London, 2003, pp.127-128

[6]    D.Zirin, What’s My Name Fool?, Haymarket Books, Chicago, 2005, p.79.

[7]    AP, “Negro athletes vote to boycott 1968 Olympics”, The Robesonian, 24 novembre 1967, p.11

[8]    “The Olympic Jolt: ‘Hell, no, don’t go!”, Life, vol.64, 15 marzo 1968, 11, 20; cit. in A.Bass, Not the triumph but the struggle, University of Minnesota Press, Minnesota, 2002

[9]    Track and fields news, novembre 1967

[10]  Track and fields news, dicembre 1967, p.11

[11]  J.Carlos, AUTOBIOGRAFIA

[12]  La trascrizione dell’intervista è in CIO, Newsletter N.8, maggio 1968

[13]  R.Johnson, The best as I can be, Doubleday, 1998, p.190

[14]  D.Zirin, “The explosive 1968 Olympics”, Internationa Socialist Review, issue 61, settembre-ottobre 2008

[15]  O.Fallaci, “La notte di sangue in cui sono stata ferita”, L’Europeo N.42, 1968.

[16]  Los Angeles Free Press, 1 novembre, 1968.

[17]  A.Nadar, “Río 2016: la inspiradora historia de Enriqueta Basilio, la atleta de México que fue la primera mujer en prender la llama olímpica”, BBC Mundo, 5 agosto 2016

[18]  J.M.Smith, “It’s Not Really My Country: Lew Alcindor and the Revolt of the Black Athlete.” Journal of Sport History, 36 (2): primavera 2009, pp.223-244

[19]  J.Montague, “The third man: The forgotten Black Power hero”, CNN, 25 luglio 2012

[20]  T.Goldman, “Decades After An Iconic Protest, Tommie Smith Has Something Else On His Mind”, NPR, 3 settembre 2016

[21]  J.Carlos, D.Zirin, The John Carlos Story, Haymarket Books, pp.108-109

[22]  L.Iervolino, Trentacinque secondi ancora. Tommie Smith e John Carlos: il sacrificio e la gloria, 66thand2nd, 2017

[23]  G.Osmond, “Photographs, Materiality and Sport History: Peter Norman and the 1968 Mexico City Black Power Salute”, Journal of sport history, issue 37, primavera 2010, pp.119-37

[24]  P.Vitiello, “John Dominis, a Star Photographer for Life Magazine, Dies at 92”, New York Times, 31 dicembre 2013

[25]  S.Povich, “Black Power on victory stand”, The Los Angeles Times, 17 ottobre 1968, p.69

[26]  B.Musburger, “Bizarre Protest by Smith, Carlos Tarnishes Medals”, Chicago American, 19 ottobre 1968

[27]  D.Hartmann, cit., p.12

[28]  “Smith explains black dignity”, Tampa Bay Times (St. Petersburg, Florida), 19 ottobre 1968, p.28

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