Mexico-City-PIC-e1529678868306

Peter Norman, l’eroe bianco di Città del Messico

di Alessandro Mastroluca

Il tema musicale di Momenti di Gloria riecheggia nella Williamstown Town Hall. È il 9 ottobre del 2006. Tommie Smith e John Carlos portano la bara dell’uomo che, il 16 ottobre 1968, non ha alzato un pugno ma ha teso una mano. È il terzo uomo sul podio dei 200 metri alle Olimpiadi di Città del Messico, l’atleta bianco che ha scelto di supportare le rivendicazione dei due americani neri che alzavano al cielo i pugni guantati di nero. “Non era obbligato a mettere quella coccarda. Non era statunitense, non era un nero, non aveva il dovere di sentire quello sentiva. Era un uomo”, ha detto John Carlos il giorno del funerale. “Adesso tornate a casa e raccontate ai vostri figli la storia di Peter Norman”.

“Noi tre eravamo sulla Terra per completare una missione, per compiere quell’azione quel giorno. Per fare qualcosa che quel giorno nessun altro avrebbe potuto compiere”. È il messaggio con cui si apre Salute, il documentario affettuoso e prezioso che il nipote, Matt Norman, ha realizzato nel 2008 per raccontarla quella storia e che Viggo distribuisce in Italia a 50 anni da quel giorno, il 16 ottobre 2018.

Il comitato olimpico australiano consegna tre obiettivi agli atleti qualificati per Messico ’68: ripetere il tempo di qualificazione, non arrivare ultimo in nessuno dei turni, non farsi mai battere da un britannico. In pochi credono in Norman, che è sì il miglior sprinter d’Australia ma arriva a 28 anni alla prima Olimpiade e non ha mai corso sul tartan. È arrivato alla velocità per caso, ha iniziato al Collingwood Athletic Club come saltatore in alto. Poi, prima di una gara di staffetta, gli chiedono di sostituire l’ultimo frazionista infortunato. Quando riceve l’ultimo cambio è molto indietro, ma taglia il traguardo prima di tutti.

In Messico, come in quella prima staffetta, vola e migliora il record olimpico già nelle batterie. Mentre aspetta il sorteggio delle corsie per la finale, chiede al suo allenatore una Coca-Cola. Il coach ci mette un po’ troppo tempo a tornare da lui, e non solo perché nel frattempo l’ha “sgasata”. Deve trovare il modo giusto per dirgli che partirà alla corsia 6, “la sedia della morte”, perché da lì non vince mai nessuno. “E’ riuscito a convincermi che, se avessi potuto scegliere dove partire, avrei scelto proprio quella corsia” racconta Norman in Salute. Qual è il vantaggio? Ha tutti i grandi rivali all’interno. In corsia 3 parte Smith, pettorale 307; alla 4 Carlos, pettorale 259; alla 5 Larry Questad, statunitense che nel documentario non nasconde la distanza rispetto alle convinzioni di Smith e Carlos e al loro gesto, e si rammarica, spiega, “perché di loro si parla solo per quello che hanno fatto sul podio. Ma la prestazione di Tommie in quella gara è stata incredibile”.

Smith, che chiamano Tommie Jet e non certo per caso, ha un problema muscolare all’inguine: non può sbagliare la partenza, non può farsi condizionare dal ritmo degli altri, deve solo ascoltare il suo corpo. Non ha i soliti occhiali da sole, si corre alle 20, è troppo buio. Ma ha i calzettoni neri, simbolo della povertà dei neri d’America.

Carlos parte meglio di tutti, ha un metro e mezzo di vantaggio alla curva. Ma Tommie Jet sul rettilineo è un fulmine di scintillante bellezza. Racconta che sugli schermi il primo tempo che compare è 19.78, ma i risultati ufficiali tramandano un 19.83 che, comunque, lo rende il primo uomo a correre 200 metri in meno di venti secondi. Carlos passa gli ultimi metri a guardare Smith, ma il pericolo è alla sua destra, è il ventottenne australiano che nessuno conosceva e si prende l’argento nella finale olimpica dei 200 fino a quel momento più veloce di sempre. Chiude in 20 secondi, un tempo che gli avrebbe consentito di vincere la medaglia d’oro anche a Sydney 2000.

Quello che succede nel tunnel, nella pancia dell’Olimpico di Città del Messico, rimane sospeso fra storia e leggenda. Norman conferma anche in Salute la sua versione dei fatti: vede Smith e Carlos che stanno organizzando i dettagli di quello che sarà il Black Power Salute, si accorgono che Carlos ha dimenticato il suo paio di guanti al villaggio olimpico e suggerisce che ne indossino uno a testa. Smith, spiega nel documentario, all’inizio non gradisce troppo. Un australiano bianco non ha niente a che fare con la protesta degli atleti neri [https://incontropiede.it/smith-e-carlos-la-rivoluzione-della-liberta-speciale-1968-a-cura-di-alessandro-mastroluca/]

Norman, però, lo convince. È cresciuto in una famiglia di Thornbury, Melbourne, devota ai valori dell’Esercito della Salvezza, è stato abituato a pensare che le persone contino in quanto tali, senza discriminazioni. Si è opposto alle sistematiche discriminazioni degli aborigeni, che in Australia hanno ottenuto il diritto di voto solo nel 1962 e hanno iniziato ad essere considerati nei censimenti nazionali solo nel 1967. “Penso che molti australiani, almeno spero, apprezzeranno quello che ho fatto” dichiara Norman, secondo quanto riporta il 18 ottobre il quotidiano Sydney Morning Herald in prima pagina. “Credo nei diritti civili. Gli uomini sono nati tutti uguali, devono essere trattati tutti da esseri umani. Pensavo che fossa una buona chance vedere un uomo bianco dalla loro parte”. “Il Black Power vince i 200 metri” scrive The Australian, che però sottolinea la sua opposizione alla White Australia Policy, un termine che sintetizza una serie di politiche del governo australiano per ostacolare e bloccare l’immigrazione soprattutto da Asia e isole del Pacifico, abbandonata dal governo solo nel 1973. “Norman potrebbe aver tolto lustro alla medaglia d’argento” per la partecipazione alla dimostrazione di Smith e Carlos, si legge.

Norman chiede se può indossare sul podio la coccarda dell’Olympic Project for Human Rights, il movimento di atleti neri di cui fanno parte anche Smith e Carlos, che si è sviluppato alla San Jose State University e si è articolato intorno al sociologo Harry Edwards: è stato lui a lanciare la proposta-provocazione del boicottaggio degli afro-americani a Città del Messico. Smith e Carlos non hanno spille in più, ma incontrano Paul Hoffman, della squadra di canottaggio di Harvard, molto vicina alle posizioni dell’OPHR. Carlos con una mano lo abbraccia, con l’altra gli stacca la coccarda.

“Sono fermamente convinto che in una cerimonia di premiazione alle Olimpiadi ci sono tre persone chiamate a stare ognuna su un metro quadro della terra di Dio, e quel che ciascuno decide di farci mentre è lì dipende solo da lui” spiega al nipote Matt. “Se non avessi indossato la coccarda, adesso sarei solo un’altra medaglia d’argento”.

Diventerà, nel ricordo sbiadito dal tempo, “il terzo uomo nella foto”. Tutti si ricordano di Smith e Carlos con le calze nere e senza scarpe, delle loro teste abbassate, della sciarpa, della felpa sbottonata, della collana di perline, rosario di memoria per ogni nero d’America ucciso nell’indifferenza. Ma di Norman, l’uomo bianco più veloce del mondo in quel momento, si perderanno le tracce nonostante John Dominis, il fotografo di Life che ha immortalato John Kennedy mentre gridava di essere berlinese alla Porta di Brandeburgo, li abbia fermati, tutti e tre, in quella che la stessa Life considera la sesta foto più importante di tutto il Novecento.

Si perdono le tracce anche perché il comitato olimpico australiano, nonostante Norman fosse il favorito per l’oro e avesse ottenuto 13 volte il tempo di qualificazione per i 200 metri piani e 5 volte il minimo per i 100, decide di escluderlo dai Giochi di Monaco del 1972. Per la prima volta nella storia, l’Australia si presenterà alle Olimpiadi senza velocisti. Eppure, Norman non ha mai portato rancore verso quei dirigenti. E nemmeno verso chi, nel 2000, non invita il più grande velocista australiano di sempre per i Giochi di Sidney. È la delegazione Usa che lo fa volare a Sydney per la finale dei 200 metri. È l’ospite d’onore, Michael Johnson che ha da poco festeggiato il compleanno lo riconosce e lo riempie di ringraziamenti per quel che scelse di fare su quel metro quadro di terra una sera d’ottobre di 32 anni prima. “Sei il mio eroe” gli dice Johnson, che lo abbraccia mentre Edwin Moses, due ori olimpici e due titoli mondiali, uno dei più grandi interpreti dei 400 ostacoli di ogni epoca, gli tiene aperta la porta.

Però, quando nel 2005 l’artista Rigo realizza una scultura commemorativa inaugurata nel 2005 all’interno del campus del San Jose State College, lascia vuoto il secondo gradino del podio. Lo spazio di Norman diventa lo spazio per i selfie. In fondo, dice con ironia distaccata e una certa qual timidezza nell’ultima frase di Salute, “mi piacerebbe essere che si pensasse di me: è un vecchietto interessante”.

Non ha potuto vedere, Norman, come il Parlamento australiano si sia scusato per il trattamento che gli era stato riservato, e abbia riconosciuto il suo ruolo in favore dell’uguaglianza nel 2012. Il ruolo di un uomo, come dirà Smith durante la cerimonia funebre, “che ha sempre creduto che il giusto non potesse mai essere sbagliato”. Il suo nome, aggiunge con echi biblici, vuol dire pietra “e la sua eredità è una roccia. Peter sarà sempre mio amico. Il suo spirito alla fine prevarrà”.

 

TRAILER SALUTE

The following two tabs change content below.
Redazione

Redazione

La casa editrice guarda al passato, ripescando dal baule dei ricordi storie dimenticate.