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“Money” FUORI I SECONDI #3 di Andrea Bacci

Floyd Mayweather Junior è un tipo strano. E’ un uomo ricchissimo e ormai arrivato, a 38 anni vive una vita e ha cose che la stragrande maggioranza degli abitanti del nostro pianeta nemmeno si potrà sognare di possedere. Vive in una villa di due ettari e mezzo calpestabili in più piano, di cui una stanza-frigo dedicata allo champagne, e mai meno di 180 bottiglie. Ha un parco immenso, un parco macchina da panico, aereo e yacht privati. E’ un uomo che si è fatto con le sue mani, nel vero senso della parola. Adolescenza difficile, tra la madre tossica e il padre, Floyd Senior, pugile fallito e più in galera che fuori per storie di spaccio. Ma ha trovato nella boxe la sua strada. A volte per fare fortuna basta poco. Basta essere toccati dalla grazia del Dio del pugilato, avere un talento infinito, la voglia di sacrificarsi in palestra ed essere un po’ fuori di testa. E il gioco è fatto. Combatti da professionista per 48 volte e vinci sempre, l’ultimo incontro dei quali il Match del Secolo contro Pacquiao, un evento di portata storica che ha letteralmente polverizzato svariati record, soprattutto quelli che hanno come soggetto i soldi, non solo della boxe. Uno così, a 38 anni, dovrebbe solo starsene in giro per il mondo tra lussi e bella vita, o a casa a sdraiarsi la pancia. E invece no. E’ un tipo serio, Floyd. Deve chiudere il contratto con una tv che gli aveva graziosamente passato 200 milioni di dollari per sei match, e lui li ha finora fatti solo cinque. Ok, il 12 settembre Floyd chiuderà la cosa, affrontando il non eccelso Berto per fare 49 e raggiungere in un colpo solo il mitico record di Marciano, seppure Marciano era Marciano e certo i suoi 49 avversari non è che siano tutti proprio paragonabili ai suoi. Ebbene, visto che il pugilato oltre che uno sport sfocia spesso, troppo spesso, in una sporca questione di affari, ecco che si chiude un contratto, e poi chissà che cosa si apre. Sì, perché il gioco è troppo bello e remunerativo per chiuderlo così. Ricordiamo la “lezione” di Larry Holmes, peso massimo fortissimo, grande campione dell’epoca appena successiva a Muhammad Ali, del quale era stato per anni lo sparring partner preferito. Aveva smesso alla soglia dei 38 anni, Holmes, nato povero ma con grandi guadagni e gran cervello per gli investimenti. Ormai ricchissimo uomo d’affari con interessi differenziati in molti campi, a Holmes venne il prurito alle mani quando credette di poter dare una bella sculacciata a tal Mike Tyson, che invece sculacciò lui, ma poi invece di fare il pensionato ricominciò una seconda carriera che si interruppe a 50 anni. A quanti gli chiedevano del perché, nonostante il conto in banca e i grandi lussi che si poteva permettere, avesse ancora la voglia di prendere botte in un ring, serafico rispondeva, “non conosco altri sistemi che mi fanno guadagnare due milioni di dollari per mezzora di lavoro“. Mayweather potrebbe dire la stessa cose, a maggior ragione che ai due milioni di Holmes bisognerebbe metterci uno zero dietro e almeno raddoppiare. Contento lui, contenti tutti…

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Alberto Facchinetti

Alberto Facchinetti

Nato in provincia di Venezia nel 1982. Laureato presso l’Università di Padova con una tesi sul giornalismo sportivo, ha esordito nel 2011 con “Doriani d’Argentina” (ristampato nel 2013 in una versione ampliata e aggiornata). Nel 2012 è uscito “La Battaglia di Santiago”. Con Edizioni inContropiede ha pubblicato nel 2014 “Il romanzo di Julio Libonatti” e nel 2015 “Ho scoperto Del Piero – La storia di Vittorio Scantamburlo”. www.albertofacchinetti.it

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