i Mondiali di Gino #6

Adesso non sappiamo quale Brasile sarà. Non parlo della squadra verdeoro, che in qualunque epoca e in qualunque formazione è sempre stata in grado di offrire il calcio più bello vincendo oppure di franare nella più inspiegabile delle sconfitte, prima fra tutte quella del 1950 contro il furbo Uruguay di Schiaffino e Ghiggia nel tempio carioca del Maracanà. Intendo il Brasile come atmosfera e contorno. Sarà quello della pubblicità (che “è una fede”, come diceva il mio maestro Marcello Marchesi) in cui un bonario Pizzul fa da spalla a Gioanìn Trapattoni che abborda minorenni brasiliane sulla spiaggia di Rio o sarà quello della cronaca che mostra proteste di piazza e scontri con la polizia a San Paolo? Perché la differenza è importante per chi è andato laggiù solo per giocare a calcio. Al momento non si parla di Manaus e si spera che le acque dell’alluvione si siano ritirate.

Trapattoni_bn

Si parla invece, nel mio romanzo calcistico, anche del Trap, allenatore di una Juve in cui il mio protagonista riesce a giocare qualche partita mentre Rossi è squalificato. Lui certo saprebbe rasserenare anche un Brasile in cui per la prima volta nella storia la questione sociale pesa di più che la grande festa del pallone. Io gli sono debitore di un proverbio lombardo che non conoscevo: “Piutòst che nient l’è mej piutòst”. E’ la saggezza contadina, che invita a saper valutare le proprie forze per non puntare a una vetta dalla quale si può soltanto precipitare.

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Gino Franchetti

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