i Mondiali di Gino #30

“Eine Katastròphe”, ripeteva il tedesco cui avevo tamponato la Mercedes in autostrada in una sera di tempesta. Io ci rimisi la mia prima scassata automobile, ma era comunque una piccola catastrofe al confronto di quel che è toccato al calcio brasiliano. Come chiamarla? Non Maracanaço, cioè “o fracasso (il disastro) do Maracanà”: si giocava al Mineirao di Belo Horizonte e non a Rio e poi un 1-2 contro l’Uruguay di Maspoli e Varela, Schiaffino e Ghiggia nell’ultima partita di un Mondiale non vale certo un 1-7 in semifinale con la Germania. C’erano già stati risultati simili a questo, ma tra squadre di livello impari: così un 8-0 uruguaiano alla Bolivia nel 1950, un 9-0 degli ungheresi alla Corea Sud nel ‘54, il 9-1 della Jugoslavia allo Zaire nel 1974, nel 1982 il 10-1 dell’Ungheria al Salvador, nel 2002 l’8-0 dei tedeschi all’Arabia saudita.

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Ma qui, a pronostico incerto, poteva essere persino 8-0: pochi secondi prima che Boateng lasciasse libero Oscar di segnare il gol della bandiera, Oezil aveva graziato Julio Cesar calciando fuori d’un soffio. Colpa di Pelè? O rey aveva accusato la Seleçao di aver accantonato la tradizionale “alegria do futebol” per adottare marcamenti stretti all’europea. L’hanno preso sul serio: persa dopo 10 minuti ogni capacità di contrasto, i brasiliani consentivano agli avversari di scambiare in area e andare al tiro senza più problemi. Sul 5-0 i tedeschi avevano la nausea del gol: è entrato Schuerrle per aggiungerne altri due. Nel calcio chi si fa “maestro” rischia subito di prenderle: penso allo 0-1 degli inglesi contro gli Usa nel 1950, alla sconfitta ungherese nella finale del ’54 contro una Germania già battuta 8-3, agli stessi brasiliani superati (0-2 e 0-1) da Olanda e Polonia nel ’74, allo 0-1 degli argentini col Camerun nel ’90. Qui non c’era però un titolo da onorare: soltanto un’illusoria speranza.

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Gino Franchetti

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