i Mondiali di Gino #1

Sono stato “taggato” e devo intervenire. Mi pare doveroso, anche se non so bene che cosa significhi. Sui miei dizionari d’italiano “taggare” non c’è. Con l’aiuto dell’inglese credo che possa voler dire “appendere”. Be’, se mi hanno appeso non è carino. Però mi rassegno. Confesso che da qualche tempo mi ha preso una pericolosa allergia all’informatica. Eppure ho seguito tre corsi di informatizzazione: uno all’IBM quando lavoravo al Giorno, uno alla Gazzetta, l’ultimo all’Inter! Dunque, sono “appeso” perché ora esce il mio romanzo intitolato “Il calciatore stanco”: da quando ho smesso di raccontare partite per il Corriere della Sera qualcosa ancora ho fatto, lo dico ai lettori che, per quanto invecchiati, si ricordano di me.

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In tribuna stampa tra Silvotti e Alfio Caruso

Intanto adesso ci sono gli azzurri vanno al Mondiale in Brasile. Senza fanfare, dopo l’1-1 contro il Lussemburgo. Meglio, dico io. Da favoriti non abbiamo mai vinto. Per arrivare a vincere il Campionato d’Europa nel ’68 prima ci toccò perdere 3-2 in Bulgaria; prima di Spagna 82 ricordavo una delusione pure contro il Lussemburgo a Napoli (era stato “solo” 1-0!), ma anche lo 0-2 in Francia, lo 0-1 in Germania Est, un 1-1 in Svizzera; e nel 2006, dopo l’entusiasmante 4-1 alla Germania, un altro 1-1 in Svizzera e uno 0-0 con l’Ucraina. Insomma, dobbiamo crederci: la cabala ce ne fornisce le premesse. Peccatoche anche l’Inghilterra, nostro primo avversario in Brasile, abbia pensato bene di fare un 2-2 con l’Ecuador. E poi, caro Prandelli, con quattro azioni da gol a partita vincere facile non è.

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Gino Franchetti

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