Il primo incontro – Berlusconi-Sacchi tratto da “Arrigo”

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28 maggio 1987
Berlusconi e Sacchi si incontrano al ristorante
Parma (Italia)
Berlusconi entra nel ristorante sorridendo affabile al cameriere che lo scorta e lo palpa, mentre cerca di togliergli un cappello a tesa larga che ha portato tutto il giorno.
“Oggi è una bella giornata, non poteva finire meglio”.
Tutti i presenti sospendono le loro fredde attività motorizzate e si accendono, dandosi di gomito.
È entrato l’uomo della televisione, quella che vedi ogni giorno prima di andare a dormire.
Berlusconi non è affatto stanco. Viene da Milano. Quando mi ha chiesto se volessi incontrarlo, io ho subito pensato di dover andare nella sede del Milan. Invece lui mi fa: “No signor Sacchi, mi scomodo io. Per uno che vuole cambiare il calcio mi sembra il minimo”.
Ed ha mantenuto la promessa, con soli cinque minuti di ritardo rispetto all’appuntamento stabilito.
“Eccomi da lei signor Sacchi, spero di non averla fatta aspettare troppo”.
Non ho detto no. Non ho detto sì. Ho detto soltanto “Si accomodi, è un piacere”.
“Domenica ha il derby. Le auguro di vincere come abbiamo fatto noi”.
Mi guarda negli occhi, non distoglie mai lo sguardo. Non lo abbassa. Non vede gli altri. Guarda solo me, come se volesse passarmi un messaggio, una confidenza.
Arriva il cameriere di prima, dice che per noi, perché siamo noi, c’è anche il branzino.
“Tortelli alle erbe”.
“Anche per me”.
“Mi fa qualcosa in bianco che sono indisposto”.
Io prendo spaghetti al sugo, domani devo alzarmi all’alba, devo studiare la loro fase difensiva.
“Si tiene leggero la sera, fa bene”.
“Non è mia abitudine esagerare”.
“Per me fa male, ma credo faccia bene”.
Alcune donne cinguettano dietro la mia schiena. Le sento strascicare sillabe soffiate.
Berlusconi se ne accorge e le evita. Sposta soltanto una mano verso il loro tavolo. Gli concede un pezzo e basta.
“So molte cose su di lei, so che è un gran lavoratore”.
“Non si ottengono risultati senza il lavoro, anzi senza la voglia di lavorare”.
“Lo sa che dormo tre ore a notte, ma non sono soddisfatto”.
“Perché?”
“Perché Napoleone ne dormiva due”.
Il dottor Galliani gli passa un pezzo di carta con una penna. Lo ringrazia biascicando: “C’hai anche l’altra?”
Altro passaggio.
“Mi scusi un attimo”.
Si alza, chiede al cameriere un bagno e un telefono. Si alza e si aggiusta la giacca. Rimango da solo con il dottor Galliani e Ariedo Braida, il quale non ha ancora dato segni di vita.
“Allora Arrigo, che dici?”
“Tutto bene, che dite voi?”
“Noi siamo qua per convincerti lo sai, no? Il Presidente ha deciso e quando si mette una cosa in testa la vuole”.
“Ma tu la conosci la mia situazione”.
“Firenze?”
“Sì, ho dato la parola, mi hanno contattato a dicembre”.
“Sì lo so, gliel’ho accennato a Berlusconi, ma mi ha detto che i Pontello capiranno”.
“Io gliel’ho detto del vostro interessamento al dottor Ranieri. Mi ha confermato che se io voglio vado a Firenze”.
“Berlusconi ha deciso, te l’ho detto”.
Berlusconi esce dal bagno trafelato.
“Ma io… la parola…”. Non concludo la frase perché arriva subito al tavolo.
Questo ristorante è veramente simpatico. Nel bagno c’è anche il borotalco.
“Le piacerebbe signor Sacchi se a Milanello facessi mettere il borotalco nei bagni?”
“Non so”.
“Almeno i giornalisti potrebbero rinfrescarsi”.
“Sì, è una buona idea”.
“Adriano segnatela questa cosa che la facciamo”.
Arriva la pasta. Berlusconi si assenta e addenta il primo tortello. Lo finisce, si pulisce la bocca e scosta il piatto.
“Cosa le hanno detto questi due in mia assenza?”.
“Niente, mi hanno ribadito del suo interessamento verso il mio lavoro”.
“È un lavoro ben fatto”.
“È un lavoro con cui cerco di raggiungere grandi traguardi”.
“Bene”.
“Lei pensa di poterlo fare da solo?”.
“Da solo no, è ovvio, sono solo un allenatore. Mi serve una società che mi garantisce il proprio appoggio e giocatori che vogliono seguire il mio progetto di gioco”.
“Io ho visto alcune partite del Parma e mi ha ben impressionato ma penso che ci siano ancora delle cose da migliorare. Secondo lei?”
“Migliorare non è un traguardo, migliorare è il motivo stesso del fare qualcosa. Il gioco del calcio, per come lo intendo io, deve proporre ogni partita qualcosa di nuovo e migliore”.
“Ogni partita?”
“Sì, ogni partita”.
“Perché non ci riesce con il Parma?”
“Perché insegnare, anzi educare ad un calcio come il mio non è facile. Ci vuole attenzione, dedizione, sacrificio, parlo a ragazzi di venti anni che vogliono anche altro dalla vita”.
“Lei pensa di poter far giocare bene una squadra anche in serie A, anche in Coppa dei Campioni?”.
Rispondo sì, ma lui riaccosta il piatto e mangia il secondo tortello senza ascoltarmi.
“Mi ascolti bene signor Sacchi. Io con il Milan voglio aprire una nuova frontiera nel calcio mondiale. Guardiamo cos’è oggi il calcio: campioni idolatrati, attenzione al risultato, business legato ad un modello vecchio di gestione aziendale, è d’accordo con me?”
“Sì”.
“Io voglio creare uno sport totalmente diverso dove investire vuol dire ricavare il doppio. Lei mi saprebbe dire come si fa?”
“Non so”.
“Creando un marchio esportabile, un modello da ammirare”.
Prende il terzo tortello e sorseggia un vino rosso scelto da Galliani.
“Cavalier Berlusconi, io vorrei tanto entrare a far parte del suo progetto ma ho dato la mia parola d’onore che se avessi lasciato Parma avrei preso in considerazione l’offerta della Fiorentina. L’ho promesso a Ranieri Pontello in persona e non mi sento di negare una parola”.
Berlusconi non parla. Guarda Braida che fa il primo movimento della serata, girando il polso e mostrando l’orologio.
“Lei si rende conto signor Sacchi che ho poco tempo a disposizione, tra due ore a Milano ho una riunione su una produzione cinematografica molto importante”.
“Certo”.
“Vorrei dirle soltanto che insieme possiamo far dimenticare questi ultimi venti anni di calcio italiano, possiamo far vedere cosa ci aspetta al di là del muro”.
“Come?”. Non ho capito, mi sono perso le ultime parole.
“Signor Sacchi, con noi scriverà la storia del calcio, non le piace l’idea?”
“Certo che mi piace ma con la Fiorentina…”
“Abbiamo gli stessi ideali, facciamoli diventare la stessa fede…Io adesso devo scappare. Mi saluti il Presidente Ceresini”.
Mi lasciano seduto, mentre il cameriere sparecchia e mi ignora.

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Jvan Sica

Jvan Sica

Nato a Salerno (1980) è uno scrittore con il desiderio di portare la letteratura sportiva sugli scaffali migliori delle librerie. Ha scritto “L’Europa nel pallone. Stili, riti e tradizioni del calcio europeo”, “Una stella cometa. Biografia di Andrea Fortunato”, “Italia, 1982”. Con Edizioni inContropiede ha pubblicato "ARRIGO. La Storia, l’idea, il consenso, la fiamma". E' uno degli autori di "Le Olimpiadi del 1936", spettacolo teatrale portato in scena da Federico Buffa.