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Il 68 calcistico dell’Italia (a cura di Alessandro Mastroluca)

In meno di due ore di volo tranquillo dall’aeroporto di Linate, l’Italia arriva a Sofia. È il 3 aprile 1968, vigilia dell’andata dei quarti di finale dell’Europeo. Contro la Bulgaria di Boskov, un medico chirurgo che da due anni ha abbandonato la professione, non ci sarà Riva. È la grande occasione di Pierino Prati, che ha appena vinto lo scudetto con il Milan, e da esordiente segna il gol del 2-3. Sarà l’inizio di un grande trionfo, e di un percorso meno celebrato ma destinato a cambiare per sempre il calcio in Italia.

Valcareggi raccomanda calma a una nazionale serena contro una nazionale che sa mantenere un ritmo alto per lunghi periodi. Una grande parata di Zoff lancia il 2-0, gol di Prati e Domenghini, scaldano il San Paolo che dall’inizio è un trionfo di tifosi appassionati e petardi assordanti. È festa doppia, perché l’Italia ospiterà semifinali e finali. Il resto è storia. L’Unione Sovietica, dice il ct Valcareggi, è forte ma non imbattibile. I sovietici preparano la partita “con mezz’ora di allenamento a pieno ritmo, poi tutti sono tornati in albergo per la prima colazione fatta con yogourt, formaggio, burro e marmellata, succo di arancia, tre uova al prosciutto, frutta fresca e the al limone. Un vero pranzo, in attesa di andare in gita a Sorrento dove è stata consumata la seconda colazione, abbondante come di consueto”[1]. Mancheranno però Anichin e l’ala destra Cislenko, che ha il ginocchio destro ingessato e deve restare fermo due settimane. Valcareggi comunica in anticipo la formazione. Zoff in porta, torna centrale Bercellino al fianco di Castano per controllare Banishevskiy, la più dotata e la meno mobile delle due punte sovietiche. Davanti confermati Mazzola, tranquillo per la conferma, Prati e Rivera. Si gioca sempre a Napoli: è la prima volta che uno stesso stadio ospita due partite di fila della nazionale. Oltre mille gli agenti di pubblica sicurezza e i carabinieri per garantire l’ordine pubblico. L’Italia difende più che contrattaccare, ma lo sbarramento tiene e a tre minuti dalla fine l’urlo del San Paolo resta frustrato quando il palo respinge una conclusione di Domenghini improvvisa come una faina. Ma l’urlo sarà incontenibile per quanto succede fuori scena, avvolto dalle nebbie di un racconto diventato leggenda, in cui vero e falso si mescolano e ormai la verità non può più arrivare a rovinare una bella storia. Si tira a sorte, negli spogliatoi. Nessuno si muove. “Non durava a lungo l’attesa, quattro o cinque minuti, poi di colpo scoppiava come un grande trambusto fra gli spettatori: era l’annuncio che l’estrazione a sorte aveva favorito l’Italia”[2].

Prima della finale, Valcareggi annuncia che escluderà Mazzola. L’ha visto “stanco e fuori condizione”. Mazzola nemmeno si allena sul campo di Fiuggi. “Quando, prima del raduno, mi avevano convocato a Coperdano per una visita dì controllo — ha detto l’attaccante dell’Inter — avevo avvisato tutti di non essere a posto: il medico, invece, ha constatato progressi e Vaicareggi mi ha assicurato che sarei stato il centr’attacco titolare della squadra: ora, proprio in occasione della finale, mi lascia in tribuna, mancando alla parola data. Avrei preferito restare a casa anziché essere, relegato nel ruolo di riserva”.

Roma accoglie la nazionale nel segno e nel solco di una protesta studentesca che sta cambiando pelle. A febbraio, a marzo, gli studenti che occupavano la Sapienza lottavano contro una struttura di classe, contro l’università come strumento del potere capitalistico[3]. È una Roma di evoluzione creatrice e passioni violente, che esplodono entrambe a Valle Giulia, facoltà di architettura alle spalle di Villa Borghese, alle pendici dei Parioli. Cominciò tutto con tre ragazzi con l’aria da hippie che occupano il campanile di Sant’Ivo alla Sapienza a Roma. Studiano architettura, portano i capelli lunghi, alla moda degli hippie. Si sono conosciuti a una festa di Capodanno. Si chiamano Paolo Ramundo, Gianfranco Moltedo e Martino Branca: diventeranno gli “Uccelli”. Volevano riprendersi i luoghi simbolo di un’identità, volevano essere rilevanti. Hanno portato a dipingere Renato Guttuso. Suoi, sulla facciata dell’ università, un profilo di volto di donna mentre mangia un grappolo d’uva, una mano enorme, un uomo nudo che si arranpica su una serie di tralci, con vitigni, foglie e chicchi: la fatica di salire sulle scale della vita e della conoscenza.

Guttuso “si aggirava fra «Straccio» (il giornalista Paolo Liguori) e Ramundo e altri studenti della facoltà (…). Gli uccelli di scherzi ne combinavano parecchi. Moravia una volta venne a trovarci insieme a Siciliano e a Dacia Maraini e ad altri della sua compagnia e fu accolto dall’ intera Aula 1 al grido di “Corriere della Sera”. Il povero Alberto aveva come unica colpa quella di scrivere editoriali su Corriere.” Il primo marzo è una splendida giornata di sole, finché tutto diventa rosso e non si deve guardare. Il giorno prima, 29 febbraio, il rettore Pietro Agostino D’Avack ha sgomberato l’università. Si radunano in 4mila a piazza di Spagna per “liberarla” dalla polizia. L’attacco ha il suono di un sampietrino che rompe il parabrezza di una jeep. Saranno 148 feriti tra le forze dell’ordine e 478 tra gli attaccanti. Ci furono 4 arrestati e 228 fermati. Otto automezzi della polizia furono incendiati. Cinque pistole furono sottratte agli agenti. “Valle Giulia per i contestatori vale come la Marcia su Roma per i fascisti” dirà Ernesto Galli della Loggia. Da Valle Giulia cambiano gli slogan della contestazione: «Na-na-na-na-na-NAPALM!», «Fascisti, borghesi, ancora pochi mesi», «Viva Marx, viva Lenin, viva Mao Tze Tung».

Dopo Valle Giulia, alla Sapienza il movimnento convoca una giornata nazionale. In centinaia i missini si ammassano sulla scalinata della facoltà di Giurisprudenza. Sono tutti diretti a Lettere e Filosofia. Quel giorno, agli studenti favorevoli alla contestazione, si sono uniti gruppi agguerriti di Torino, Milano, Firenze, Lecce, della Scuola Normale di Pisa. C’erano delegazioni dalla Germania, dalla Spagna, dall’Olanda, dalla Francia, dall’Inghilterra, perfino dall’America.

I missini si barricano a Giurisprudenza, danno fuoco a un un tavolo, ad alcune sedie. Lanciano sedie, cassetti metallici, tavoli, pezzi di banchi e di armadi, e feriscono Oreste Scalzone, uno dei leader del movimento. Solo allora la polizia interviene. La protesta studentesca a Roma si innesta nel solco delle lotte sindacali, delle rivendicazioni operaie. Il 31 maggio, a pochi giorni dalla finale europea, la Sapienza è occupata di nuovo. “Lottiamo contro le Istituzioni dello Stato Borghese” recita il volantino. La protesta è ruvida, il legame col maggio francese e le lotte operaie sempre più evidente. La Città Universitaria viene circondata da barricate e di scritte e bandiere. Barricate simboliche, come simbolica sarà questa fase della protesta.

Simboli, come i razzi bianchi rossi e verdi che fanno il cielo tricolore l’8 giugno, mentre Italia e Jugoslavia salgono le scale dell’Olimpico per la finale del Campionato europeo. Segna Dzajic, pareggia Domenghini su punizione. Dopo i supplementari è 1-1. L’allenatore jugoslavo si lamenta dell’arbitraggio. La finale si dovrà ripetere. Belgrado, però è distratta. Si sta chiudendo la settimana che definisce e racchiude l’esperienza del movimento studentesco in Jugoslavia, che allora è il terzo Paese al mondo per iscritti all’università in rapporto alla popolazione. La settimana calda è iniziata il 2 giugno con un prestesto, lo spostamento dello spettacolo La carovana dell’amicizia. Ma gli slogan diventano subito politici. Il giorno dopo la polizia blocca un corteo in un sottopassaggio e si scatena contro professori e studentesse. “La festa della salute, dell’allegria, del lasciarsi andare” è alla facoltà di Filosofia, in assemblea permanente. Gli studenti ottengono il plauso dell’associazione degli scrittori e telegrammi di condanna degli operai e dei collettivi di fabbrica. Isolati fra repressione e disinformazione, gli studenti scrivono a Tito, lo informano del loro programma progressista, contrario all’arricchimento dei singoli a spese della classe lavoratrice. Il giorno dopo l’1-1 dell’Olimpico, Tito parla alla nazione e ai ragazzi che protestano. Riconosce, dice, che la rivolta è nata spontaneamente ma è stata infiltrata poi da chi inseguiva un proprio fine. “il 90% degli studenti” ammette, sono “giovani per bene che noi non abbiamo preso abbastanza in considerazione, nei quali abbiamo visto solo degli alunni (…) troppo giovani per inserirsi nella vita sociale della nostra comunità socialista. Abbiamo sbagliato. Li abbiamo lasciati soli”[4]. Zivojin Pavlovic ha dedicato alla settimana calda “Uno sputo pieno di sangue”: come rivela il sottotitolo, è il “Diario di una sconfitta”. “Il 9 giugno Tito ha fatto una delle sue più brillanti mosse politiche” scrive. Ha dato ragione agli studenti, “impazziti dall’entusiasmo”. Il “profumo ingannevole della vittoria ha sconvolto intellettuali e studenti”, li ha ipnotizzati e convinti ad obbedire al suo consiglio di interrompere le manifestazioni e continuare con gli esami.[5] E il resto, il cambio di formazione di Valcareggi, la qualità a centrocampo, la girata di giovanile incoscienza del debuttante Anastasi, è storia.

In quell’Italia di movimenti che guardano alla Francia, in cui prende corpo in forme diverse una voglia comune di partecipazione alle decisioni, in cui le assemblee unificano le esperienze, il seme della rivoluzione è a Milano. La Milano della Cattolica occupata, della tendopoli a piazza Gemelli, di Mario Capanna espulso e fiero che dal suo movimento studentesco non siano usciti brigatisti, che pure sarebbero germinati dal collettivo metropolitano o alla Sit-Siemens. Milano, canta Ivano Fossati, è città di frontiera. È la città del futuro. In quei giorni il futuro, il vento del cambiamento, arriva da Parigi. Il 22 maggio un centinaio di calciatori, guidati da  François Thébaud, giornalista del Miroir du Football, un giornale vicino al partito comunista, usano le stesse tattiche degli studenti per protestare contro l’autoritarismo del mondo del calcio[6]. Occupano la sede della federazione su avenue de Iena e stendono alle finestre un enorme striscione: «Le football aux footballeurs», “Il calcio ai calciatori”. Vogliono restituire il calcio ai 600 mila giocatori francesi.[7] I militanti sono un centinaio, quasi tutti dilettanti dell’area di Parigi. Si fanno notare per un colpo di genio: convincono Juste Fontaine, il bomber che ha segnato più gol di tutti in un sola edizione dei Mondiali, ad accettare la presidenza del movimento. Il percorso si sgonfia da solo, dura appena quattro giorni. Ottiene un unico risultato di rilievo, la rinuncia a introdurre la cosiddetta Licenza B che avrebbe costretto un giocatore non professionista che avesse cambiato maglia a non giocare per un anno con la prima squadra del nuovo club.[8] Si allenteranno i vincoli fra società e calciatori ma, dirà André Merelle, calciatore del Red Star che era lì a occupare la federazione, “se nelle altre sfere della società abbiamo assistito a una messa in discussione dell’autorità, il calcio è rimasto il terreno degli autocrati non illuminati”[9].

In Italia, dirà Gianni Rivera, i calciatori non volevano spaccare le università per farsi sentire. Ma proprio nell’estate dell’europeo emerge la necessità di una diversa tutela di categoria. C’è anche lui, insieme a Sandro Mazzola, tra le stelle della nazionale che scrive una lettera a un calciatore del Bologna e del Vicenza che da un anno ha iniziato la carriera di avvocato, Sergio Campana. Sta aprendo uno studio legale, ma accetta di diventare il presidente di quella che sarà l’Associazione calciatori. I rappresentanti si incontrano con Campana a Bologna il 17 maggio. Poi, il 3 luglio, giornata caldissima e afosa come sanno essere certi pomeriggi milanesi, si ritrovano in dieci, tutti in silenzio, tesi, rigidi, sulle poltrone dello studio del notaio Giancarlo Barassi. Suo padre, Lodovico, ha portato il diritto del lavoro in Italia. Suo figlio, che si chiama come il nonno, sarà il notaio dell’Inter. Quando la segretaria li chiama, si alzano tutti insieme. “Davanti a me” scandisce, “sono comparsi i signori Campana Sergio, Bulgarelli Giacomo, Corelli Gianni, Losi Giacomo, De Sisti Giancarlo, Rivera Giovanni detto Gianni, Mupo Carlo, Mazzola Alessandro, Sereni Giorgio, Castano Ernesto…”. Manca solo Eugenio Rizzolini, che fa parte del consiglio direttivo, e la squada sarebbe stata, è il caso di dirlo, al completo.

Un sindacato, per la verità, esisteva già. Era nato dopo la guerra, ma né Lega e Federazione, né gli stessi calciatori, gli riconoscevano valore perché non era gestito da persone che conoscevano il mondo del pallone. L’AIC deve superare perciò la diffidenza di una parte dei giocatori, anche di chi si chiede perché un gruppo ristretto di calciatori celebri dovrebbe interessarsi dei problemi di chi milita nelle serie minori. Molti, di fronte alla scelta se iscriversi o meno, aspettano, vogliono prima vedere le conquiste raggiunte. Molta, mi spiega l’avvocato Campana, la diffidenza dei dirigenti, dei presidenti delle società che ancora guidano il calcio con metodi a dir poco paternalistici.

Campana incontra in estate Artemio Franchi, il presidente della federazione, che lo accoglie con sorridente, cortese freddezza. Il 2 settembre c’è anche Mupo, con l’avvocato, da Aldo Stacchi, il presidente della Lega. Si discute della previdenza dei calciatori, dell’assistenza per malattia e infortuni, una conquista che arriverà nel 1973, e soprattutto delle questioni legate ai rapporti con le società, su tutte la clausola del 40%. In base a questa norma, un presidente può ridurre del 40% lo stipendio di un calciatore che giochi meno di 20 partite in un anno in A o meno di 24 in B. Quando il Padova, a tre mesi dalla fine del campionato, manda a casa sette giocatori, che mai erano stati richiamati per scarso rendimento e non avevano saltato un allenamento, la misura è colma. “I calciatori lavativi possono essere puniti in mille modi (…) ma non si può togliere il 40 per cento per una partita in più o in meno” tuona Campana alla Gazzetta dello Sport. Le squadre lo sciopero per l’11 maggio 1969, penultima giornata del campionato di A, quartultima di B. è una bomba. All’AIC si affiliano calciatori di tutte le 36 squadre di Serie A e Serie B. “Per noi è importante l’abolizione di questa norma, perché tutti si rendano conto che non siamo più a vent’anni fa!” dice Mazzola. La lega è costretta ad abolire la clausola. È un primo passo, il primo tassello del disegno complessivo sul ruolo dei calciatori. Molti sono giovani che accettano minimi contrattuali decisamente bassi. Non hanno assistenza sanitaria o contributi pensionistici, la carriera dura troppo poco. In caso di infortuni gravi, le società li abbandonano. Restano nell’ombra, nascosti dalle luci degli ingaggi d’oro dei pochi fortunati. Rischiano a trent’anni di trovarsi senza niente in mano e con poche prospettive di trovarsi un lavoro. Eppure, il calcio diventa più ricco, gli incassi del Totocalcio aumentano, gli stadi sono pieni. Con questo primo passo, l’AIC inverte i rapporti di forza con i club. Arriveranno poi la tutela previdenziale e la legge 91 del 1981: il calciatore diventa a tutti gli effetti un lavoratore dipendente. È la pedina indispensabile del grande circo del pallone.

Milano è città del futuro, un futuro che i movimenti, gli studenti e gli operai uniti nella lotta sognano nel segno della libertà. E libertà, insegna Giorgio Gaber, è partecipazione. Il calcio la anticipa questa atmosfera. Nel 1965 Valeria Rocchi ha fondato due squadre di calcio femminile. L’ha aiutata Angelo Moratti, il presidente della Grande Inter. Il calcio che diventa “sport per signorine” si allarga. Nascono squadre in Liguria, in Emilia-Romagna, in Toscana.

Sono in 2000 allo Stadio dei Pini di Viareggio, il 23 febbraio. È un giorno storico. Lì dove la Serie A si era aperta al professionismo con la Carta del 1926, è in corso la Coppa Carnevale, un torneo giovanile destinato a diventare un evento internazionale di primo piano. Ma quello che i 2000 spettatori vedono quel giorno non è uno scherzo. È la prima amichevole della nazionale di calcio femminile che un anno dopo, in un torneo a quattro in Piemonte, vincerà il titolo europeo. In quella stagione di ricorsi, le azzurre battono 2-1 in rimonta la Cecoslovacchia. “Passando alle più importanti competizioni maschili” nota l’inviato della Stampa, “il Centro giovani calciatori di Viareggio ha reso noto che le partite di semifinale di domani si svolgeranno secondo li seguente programma: A Viareggio (ore 17,30): Juventus-Vojvodina A Pistola (ore 17.30): NapoliDukla”.

Giovanni Mazzoni, viareggino molto attivo nel Psi e nel Carnevale, si muove per promuovere la nascita della Federazione Italiana Calcio Femminile, che nascerà di lì a poco sempre a Viareggio. La squadra locale, la Pro Viareggio, sarà tra le iscritte al primo campionato di calcio femminile su scala nazionale. La rivoluzione si decide il 4 febbraio nello studio dell’avvocato Trabucco a Ostia Lido e comincia il 23 giugno.

Il gol della vittoria in quella prima storica amichevole di Viareggio l’ha segnato un attaccante che da bambina portava i capelli corti e giocava con i maschi: per loro era solo “uno tosto che ci sapeva fare col pallone”. È figlia di una coppia che si è conosciuta in Germania, ha risposto a un annuncio sul Corriere Mercantile per entrare in una nuova squadra. Si presenta su un campo di cemento in corso Montegrappa e sostiene un provino. “Volevano vedere se sapevo stoppare e calciare. Ero felice, finalmente contavano solo la passione e l’abilità tecnica, non il sesso” racconta a Repubblica. Si chiama Maria Grazia Gerwen, seconda punta specializzata nei cross e tifosa del Genoa, a Viareggio nel ruolo che fu di Angelino Schiavio nella finale del primo titolo mondiale. Gerwen, che lavora come odontotecnico, nel Genova giocherà, e vincerà quel primo campionato. Le dieci partecipanti vengono geograficamente in due gironi, Nord e Centro, con semifinali e finale. « Giocavamo a Pontedecimo, ma il pubblico era in continua crescita e così per alcune partite ci trasferimmo a Marassi. Ricordo le sfide contro la Fiorentina in un freddo pomeriggio dell’8 dicembre” ricorda. “ Mi ricordo il 3-1 dello spareggio con l’Ambrosiana Inter per accedere alla semifinale contro il Cagliari e la finalissima, decisa da con un gol di Rosasco. La gente ci trattava con rispetto e ammirazione. Non mi sono mai sentita un ” fenomeno da baraccone”.  L’allenatore era Mignone, padre di una delle giocatrici e marito della signora Campominosi, che divenne poi presidente della società. Il Genova era una società composta da volontari, ma ben organizzata. Ci forniva tutto il materiale necessario, non eravamo delle “scappate di casa”.

Il calcio è di tutti. Non è più solo lo spettacolo da andare a godersi col vestito buono della domenica mentre le donne aspettano a casa, poi tutti a festeggiare o a consolarsi con lo Stock 84. Nella Milano città del futuro, la Milano calda in cui il calcio si è dato un nuovo ordine, anche il tifo diventa appartenenza, organizzazione, ideologia. Quasi un tifoso su due sostiene Milan o Inter, ma le curve di ogni stadio d’Italia, da San Siro al Comunale di Torino, dall’Olimpico al San Paolo, si riempiono degli stessi volti, quelli dell’operaio-massa. Sono gli stessi lavoratori, gli stessi giovani che fuori dagli stadi protestano. Nelle curve entrano “sciarponi e cappelli di lana, eskimo, giacconi e mimetiche militari, pantaloni di velluto o jeans scuri a campana, scarpe basse scamosciate o da ginnastica, tamburoni di latta, striscioni e bandiere fatti esclusivamente in modo artigianale”[10]. Lo stadio assorbe la dimensione antagonista dei movimenti studenteschi, diventa un secondo campo per la battaglia di chi insegue “una liberazione politica attraverso la vita quotidiana”[11].

È proprio San Siro a battezzare la rivoluzione. Un gruppo di ragazzi, coi capelli lunghi, si riunisce alla rampa 18, nei settori popolari. Niente borsalini, niente cappotti eleganti, indossano la maglia del Milan, portano bandiere e coriandoli. Si danno anche un nome, scelgono il soprannome del vecchio campo rossonero vicino l’aeroporto di Linate. Sono La Fossa dei Leoni. È nato il movimento ultras. Gli stadi si riempiranno di Brigate, Commandos, Falangi, Squadre d’Azione, Armate, Fedayn, Avanguardie: il mondo extra-parlamentare entra negli stadi. [12] Fuori, all’operaio-massa si prospetta una rivoluzione culturale: «Il potere dei padroni si basa sul loro (degli operai) consenso, sul fatto che per paura, per ignoranza o per disinteresse gli operai hanno finora accettato come normale e necessario qualcosa che hanno invece la forza e la capacità di distruggere»[13]. Dentro gli stadi, gli ultras diventano voce critica, contro le sconfitte, contro le scelte della società, contro il calcio come fenomeno commerciale e spettacolare.[14] Contro i padroni.

Il tifoso-massa cerca un proprio posto, e nello stadio lo trova, marca il territorio, occupa un settore di curva, pianta gli striscioni col nome e il simbolo del gruppo di appartenenza. Sta cambiando l’aria, dentro e fuori gli stadi. Un’aria insieme violenta, nelle fabbriche, negli scontri fra tifosi, e insieme vitale. L’Italia ride col Medico della Mutua di Alberto Sordi, si appassiona ai cowboy di Sergio Leone, a C’era una volta il west, si innamora di Claudia Cardinale e non capisce il neo-barocco di Carmelo Bene, che disserta di cretini e apparizioni nel monologo di Nostra Signora dei Turchi: “È l’estasi questa paradossale identità demenziale che svuota l’orante del suo soggetto e in cambio lo illude nella oggettivazione di sè, dentro un altro oggetto” e via di questo passo. È l’Italia impegnata in politica che canta Azzurro. L’Italia che per due ore la domenica si libera, sente di partecipare al rito collettivo. È il dodicesimo uomo in campo. Un uomo che canta per 90 minuti, che cambia la coreografia per cambiare il risultato. Cori, striscioni, fumogeni, striscioni, petardi: le forme del protagonismo di chi per un giorno a settimana inverte i rapporti di forza. Negli stadi è il tifoso-massa, non il borghese, a dettare la linea.

Il calcio assorbe, rispecchia, rilancia mode, linguaggi e tendenze. Toni Negri, il teorico del marxismo operaista, è un ultras del Milan, è tra i fondatori delle Brigate Rossonere. Ne fa parte anche Zigolo, il personaggio che Nanni Balestrini immagina nel suo romanzo I Furiosi. “Nato in una famiglia comunista, come molti giovani di quel periodo Zigolo entra presto in conflitto con la linea ufficiale del partito e si avvicina all’Autonomia Operaia”. In via De Amicis, a Milano, “eravamo vicini a quelli che sparavano, quelli della foto famosa. Cercavamo sempre lo scontro più duro e visto da adesso si può dire che per noi lo stadio era un po’ una palestra di quella guerriglia che poi avremmo portato dentro la città nel ’77”.

Quando, nell’anno più drammatico della storia d’Italia, è diventato chiaro che “di assemblea, è stato dimostrato, un movimento può anche morire, dissanguato nelle interminabili diatribe interne e nelle populistiche fughe a sinistra”[15]. E l’onda lunga del Sessantotto più lungo d’Europa ha portato dritti alle P38 e all’attacco al cuore dello Stato.

[1]
G.Accattino, “Ingessato ieri il ginocchio di Cislenko”, La Stampa, 5 giugno 1968, p.11

[2]    V.Pozzo, “Un urlo di entusiasmo dopo 120 terribili minuti”, La Stampa, 6 giugno 1968, p.11

[3]    M. Barone (a cura di), Libro bianco sul movimento studentesco, Edizioni Galileo, Roma 1968, pp.61-66

[4]    Tito parla, in “Praxis, Bimestrale filosofico”, giugno 1968

[5]    N.Janigro, “Ambiguità e doppiezze del ’68 jugoslavo”, in G.Crainz, Il Sessantotto sequestrato, Donzelli editore, pp.123-129

[6]    “Mai 68. Le putsch des footballeurs”, 30 dicembre 2008, Le Télégramme

[7]    La storia è ricostruita in A.Wahl, “Le mai 68 des footballeurs français. In: Vingtième Siècle, revue d’histoire, n°26, avril-juin 1990. Le football, sport du siècle. pp. 73-82

[8]    F.Mahjoub, A.Leiblang, F.Simon, Les Enragés du football: L’Autre Mai 68, Calmann-Lévy, 2008

[9]    D.Watrin, Les mystères du football français, Albatros, Parigi, 1980

[10]  A.Ferreri, Ultras, Mimesis, 2008

[11]  G.Francesio, Tifare contro, Sperling & Kupfer, 2008

[12]  Molto critico verso il tifo calcistico invece Renato Curcio, che rispecchia la visione delle Brigate Rosse,”autoisolate ed estranee al tessuto sociale reale [e perciò] non poteva viceversa considerare il tifoso nient’altro che una pedina passiva abilmente manipolata dal sistema”. S.Giuntini, Pugni chiusi e cerchi olimpici, Odradek, 2008, p.108

[13]  “La rivoluzione culturale nelle fabbriche italiane, in Lotta continua, 7 novembre 1969, pp. 4-5

[14]  V.Marchi, Sono ultra e tifo contro, Limes n.3, 2005

[15]  W.Tobagi, “Storia del movimento studentesco e dei marxisti-leninisti in Italia, Sugar Editore, Milano 1970; in G.Baiocchi e M.Volpati (a cura di), “Walter Tobagi, Giornalista”, Associazione lombarda dei Giornalisti, Provincia di Milano, 2005, p.160

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