finale-champions-league

Le finali europee sono il trionfo della Premier (e dei pionieri del calcio internazionale)

di Enzo D’Orsi

Le due finali europee sono il trionfo della Premier league, nettamente il miglior campionato del mondo, il più richiesto nel pianeta, il meglio pagato dalle tv, il più seguito anche in Italia, dove spuntano ogni anno club di sostenitori dei club inglesi, non solo dei più grandi come il Manchester United e l’Arsenal, ci sono gruppi di fedelissimi del West Ham e dello Stoke City, del Sunderland e del Newcastle. Tutto molto bello per chi ama il football, inteso come tecnica e sentimento, corsa e cuore, tecnica e tattica: in ogni match britannico c’è tutto questo, ecco perché il format è vincente dovunque. Come ha ricordato di recente Ancelotti, che visse al Chelsea visse una bellissima esperienza, “per migliorare l’intensità del gioco in campo bisogna essere in due”. Fatto che in Italia non accade molto spesso. In Inghilterra è la regola. E chi arriva da altri mondi, deve adeguarsi in fetta. Non è vero che il calcio inglese sia cambiato con l’avvento di ottimi allenatori stranieri, è vero che sono stati questi allenatori, in genere molto preparati, ad adattarsi ai ritmi e allo stile di quel modo di vivere lo sport.

Il trionfo della Premier league è il miglior premio per un manipolo di giornalisti che quasi mezzo secolo fa puntarono sull’estero, in un’epoca in cui la tv a colori non era ancora disponibile per tutti e c’era poca sensibilità per quel che accadeva al di là delle Alpi, nella convinzione che fosse meglio pubblicare (e leggere) un servizio in più su Rivera e Mazzola rispetto ad un servizio sul giovanissimo Cruyff e sul magistero di Beckenbauer. Dei campioni stranieri, si sapeva poco, mancava un’informazione puntuale ed attenta. Bene, erano gli anni Settanta quando l’estero cominciò la conquista di uno spazio tutto suo. Ricordo che i giornali sportivi pubblicavano soltanto tra le brevi i risultati del campionato inglese, che si giocava anche allora al sabato. La domenica mattina bisognava cercarli con il lanternino, e talvolta saltavano per mancanza di spazio. A quell’epoca, su Raidue stava per nascere Eurogol, la fortunatissima trasmissione di Gianfranco De Laurentiis e Giorgio Martino, nella quale era possibile vedere la maggior parte dei gol segnati nelle coppe europee. Andava in onda il giovedì in seconda serata e prese quel nome dai gol realizzati con grandissimi tiri da fuori area, gol così spettacolari da essere ribattezzati, appunto, eurogol.

Fu allora che il Guerin sportivo, diretto da Italo Cucci, decise di aprirsi al mondo, sfruttando al meglio il colore nel nuovo formato di settimanale patinato. Un successo enorme. E fu Stefano Germano ad occuparsi delle sezione esteri, allacciando rapporti con altre testate internazionali – El Grafico, Don Balon, Kicker, e ovviamente France football – e lanciando personaggi fino ad allora poco conosciuti dalla platea degli appassionati. Sui quotidiani, il più disponibile ad allargare gli orizzonti fu Tuttosport, il cui direttore, il geniale Gian Paolo Ormezzano intuì che il futuro non sarebbe stato imprigionato nella serie A. A spingere con Ormezzano, c’era un giovane cronista bolognese, Roberto Beccantini, cresciuto nel mito della Juve e della Virtus, diviso tra calcio e basket, ma con le antenne dritte verso il Nord Europa, dove nella scia dell’Ajax si era presentato il Bayern e dopo il Bayern stava per scoccare l’ora del Liverpool, stava per cominciare il dominio inglese nella coppa dei Campioni. Il Corriere dello sport aveva una mezza pagina settimanale, curata da Franco Ferrara. I mille gol di Pelè, l’epopea di Cruyff, le avventure in panchina di due miti del grande Real, Di Stefano e Puskas.

Beccantini fu abile a strappare spazio per le notizie e i servizi stranieri nelle pagine del calcio, ed ottenne dopo qualche mese una rubrica fissa quotidiana dedicata a tutto quel che arrivava da Londra e da Parigi, da Madrid e da Monaco. Stabilì contatti con corrispondenti spesso improvvisati, ma tuttavia preziosi per ricevere via telefono almeno i risultati e le classifiche in modo corretto. Con l’entusiasmo e la cocciutaggine di un pioniere, Beccantini impose più tardi servizi ampi per le sfide più importanti di coppa, come il memorabile 3-3 tra Nottingham Forest e Colonia nella primavera del 1979. Era la semifinale d’andata. Al ritorno, vinsero gli inglesi 1-0 e poi si aggiudicarono il trofeo in finale contro il Malmoe. Erano le stagioni migliori di Brian Clough, l’inventore di quel Forest.

Più tardi, Beccantini si trasferì alla Gazzetta dello sport, lasciando però in dote a Tuttosport la sua traccia. Era la Gazzetta di Palumbo e poi di Cannavò, che diedero carta bianca ad un giornalista appassionato e preparato, capace di parlare bene tre lingue – oltre all’italiano – e di strutturare un’autentica redazione nella redazione. Gli Esteri. Al suo fianco, negli anni, Sergio Di Cesare, Stefano Bizzotto, Pierfrancesco Archetti, Fabio Licari. Una task force senza rivali nella copertura di ogni avvenimento internazionale, non solo dei Mondiali e degli Europei.

Anche sui quotidiani d’informazione, il calcio straniero ha sottratto lentamente spazio a quello italiano, insomma la scintilla innescata dal Guerino e da Beccantini, e alimentata dalle tv, ha prodotto nei decenni una piccola grande rivoluzione. Nel senso dello spettacolo, o meglio del calcio spettacolo. Una rivoluzione inevitabile, avvenuta anche altrove. E’ per questo che oggi molti ragazzi conoscono bene le formazioni del Liverpool e del Tottenham, e meno bene quelle del Perugia e della Spal. E dunque il trionfo della Premier league è, in fondo, anche il trionfo di chi ha anticipato il futuro nei giornali e in tv.

The following two tabs change content below.
Enzo D'Orsi

Enzo D'Orsi

classe 1953, ha seguito la Juventus per 21 stagioni per il Corriere dello Sport. Dal 1979 al 2000. Quattro Mondiali e cinque Europei da inviato. Più di 250 partite di coppe europee. Migliaia tra tutti i campionati. Ha lavorato anche a Paese Sera e Leggo, oltre ad una parentesi al settimanale Rigore. Simpatizza per il Manchester United dai tempi di Bobby Charlton, il suo primo idolo. Adora il calcio inglese, l'Umbria e Parigi. Sposato. Tre figli. Quattro nipoti. Si considera fortunatissimo: fin da bambino, voleva fare soltanto il giornalista.