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DA FORNARETTO A PAGNOTTELLA: TUTTI I SOPRANNOMI DEI CAMPIONI (O QUASI) DELLA ROMA (a cura di Pier Francesco Pompei)

Negli anni ’50 il giornalista Eugenio Danese teneva una trasmissione radiofonica nel corso della quale poco dopo la fine delle partite di calcio domenicali, commentava le stesse. Una volta esordì così: “Alla fine della partita i tifosi inneggiano a Palletta. E sapete chi è Palletta?” La domanda era retorica, per i tifosi romanisti. Palletta era il giovane portiere Luigi Albani, cha aveva mantenuto inviolata la sua porta.

Perché Palletta? Perché a quei tempi l’affetto per i giocatori della propria squadra, veniva dimostrato affibbiando nomignoli per lo più affettuosi. Erano da venire i cori “Buuu!” o “Devi morire.” E “Palletta “era un portierino che sopperiva alla statura non canonica dando l’ idea di rimbalzare proprio come una… palletta!

Restando nell’ ambito della squadra giallorossa, i nomignoli erano tanti. A parte i tre “Ottavo Re di Roma” che furono nell’ ordine Amadei nel 1942, Falcao nel 1983 e Totti nel 2001, in corrispondenza dei tre Campionati vinti, quindi una sorte di consacrazione. Tutti e tre avevano infatti anche un altro soprannome: Fornaretto Amadei, la cui famiglia aveva un forno a Frascati; Divino Falcao, per la levità dei suoi movimenti; Pupone Totti, per la giovanissima età nella quale sbocciò la sua classe eccelsa, poi divenuto “Il Capitano” per antonomasia, quando fece sapere che non gradiva tanto il primo soprannome.

Ma tanti furono i nomignoli nella storia giallorossa: da “Bibbitone” Mattei al “Dottore” Bernardini, perché uno dei pochi laureati. “Sigghefrido” alla romana, il fiumano Volk, il cui nome era piuttosto teutonico. Il “Corsaro Nero” Guaita. Il “Leone di Highbury” Ferraris IV. E poi “Picchio” De Sisti, per la sua capacità di sgattaiolare tra le difese avversarie. Pandolfini era detto Pandora, non certo per richiamare il famoso vaso pieno di guai, bensì per assonanza con il personaggio mitologico, interpretato al cinema dalla splendida Ava Gardner, la cui bellezza richiamava – agli occhi dei  tifosi – il gioco della mezzala. “Angelino” oppure “Arcangelo” era lo jugoslavo Arangelovich, la cui finta con la pianta del piede sul pallone affascinava tutti. Poi “Testina d’ oro” Galli, il “Prence” danese come Amleto, Helghe Bronée. Uno striscione recitava un “Trerè sei il gladiatore della Roma” che sventolò per parecchie settimane, prima che venisse eliminata la “enne” intrusa. Piedone” Manfredini fu battezzato così per una fotografia scattata dal basso della scaletta dell’ aereo che lo portò a Roma. In effetti calzava un normale 43. Giannini era il “Principe” per una certa aria distaccata. Passavano gli anni e vennero Aldair, detto Pluto, per le movenze che richiamavano quelle del cane di Topolino. Poi il “Pendolino ” Cafu, dalle entusiasmanti scorrerie di fascia. Ma il più elaborato (e spiritoso) era il nomignolo assegnato allo svedese Sundqvist. La grafia assolutamente insolita del cognome richiamava il “Sandvich” e allora “Pagnottella” sembrò la giusta traduzione, e Pagnottella fu.

Era l’ affetto che portava i tifosi a considerare di famiglia quei giovanotti che la domenica si trasformavano in eroi. Quando avvenne che gli spettatori cominciarono a considerarsi protagonisti, quell’ affetto venne meno e con esso la fantasia di coniare nomignoli.