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Totti è come il Bacio di Rodin

C’è stato un momento nella mia vita di tifoso di calcio, in cui ho pensato di avere qualcosa in comune con Rodin, il grande scultore. Quando mi trovai davanti a uno dei suoi capolavori, “Il Bacio”, mi affascinò il pensiero che un giorno, di fronte a un blocco di marmo, l’Artista vi aveva visto le due figure umane allacciate in un momento che emanava magìa.
E’ la sensazione che – giudicandola a posteriori – provai nell’assistere ai primi guizzi sul terreno di calcio dello Olimpico di Roma, il 27 ottobre del 1993, nell’ultimo quarto d’ora dell’incontro Roma –Padova, di un giovincello biondo, che aveva già giocato nella Roma un paio di spezzoni di partita, ma in trasferta.
Lo rividi partire titolare un paio di mesi dopo, in un incontro di Coppa Italia contro la Sampdoria. Nell’ intervallo, come d’abitudine, mi incontrai con un paio di amici giornalisti sportivi, al vetro divisorio tra la Tribuna Stampa e la Tribuna Monte Mario, alla quale ero abbonato.
“Mi piace quel ragazzino”, dissi. Uno dei due fece una smorfia. “No, no. E’ un bulletto. Lascia perdere”.
Più che un bulletto, era un guascone. Il tipo che può dividere giudizi e passioni.
Il percorso professionale di quel ragazzino sarebbe stato segnato da episodi contrastanti, come è inevitabile in chi alterna per l’appunto le pulsioni della passione con la freddezza della ragione.
Ma cosa c’è di più bello se non assecondare le passioni, senza ascoltare sempre e soltanto il picchiettio della ragione? Quanti amori non sarebbero nati, quanti colori avrebbero dovuto tendere al grigio, per non offendere bacchettoni, perbenisti e… “loici”.
Lo sputo. Per quell’ episodio, Totti rischiò di essere espulso definitivamente dal grande calcio. E lo credo! La sua promessa di non cambiare mai squadra era offensiva per chi considera solo i dané e crede che tutto si possa comprare, perché tutto ha un prezzo.
Ebbene, quel giocatore non ha mai avuto un prezzo, perché non era in vendita. Le sue passioni erano la propria città e il calcio, e nella squadra di calcio della Roma erano comprese entrambe . E proprio per questo, chi gli voleva bene, lo consigliò bene. Comparvero le sue barzellette, i suoi sketch  pubblicitari alla televisione, la scoperta che quel ragazzo era sano, che l’episodio reprensibile era stato causato da una pressione intollerabile quanto sleale, con telecamere che riprendevano proditoriamente ogni suo gesto in campo.
Uscì fortunatamente da quella zona grigia e l’ incidente servì a farlo maturare più in fretta. Ma servì anche ad aumentare il rancore dei tanti mediocri che pullulano in ogni parte del mondo, in ogni attività, in moltissimi animi.
Quello che nelle intenzioni del peggiore di quei mediocri era diventato un mantra, per fortuna è stato frustrato dall’amore che Totti aveva raccolto e capitalizzato in ogni parte del mondo. Ne hanno sofferto milioni di amanti del calcio, che avrebbero potuto, anzi, dovuto godere fino all’ultima stilla di quella scienza calcistica che Totti dispensava con incredibile naturalezza. Il prezzo di quell’odioso rancore lo hanno pagato loro, che però si sono rivalsi con bordate di fischi che non finiranno mai di tormentare  la coscienza o quanto meno le notti del colpevole.
Come il Bacio di Rodin, chi lo ha ammirato, non dimenticherà l’emozione provata. E i residui del blocco di marmo che lo conteneva all’origine, sono stati dispersi nel nulla, senza né identità, né rimpianti. Un capolavoro. Unico

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Pier Francesco Pompei

Pier Francesco Pompei

Nato a Roma, il 3 aprile 1934. Ha svolto amatorialmente l’attività di allenatore di calcio, un’esperienza che ha narrato in “Calcio d’ addio” ottenendo il Premio Selezione Bancarella sport nel 2009. Ha strutturato il cricket italiano, come Presidente della relativa Associazione, poi divenuta Federazione ed attualmente associata al CONI. È giocatore di Prima Categoria di bridge e coautore dell’Almanacco del Bridge Italiano. Ha gestito una galleria d’ arte e attualmente svolge l’attività di esperto di Arte Moderna e Contemporanea.