“Scusa se lo chiamo Futebòl”, storie dell’altro Brasile

Un viaggio letterario per portarvi alla scoperta del Brasile: non quello di Pelè, Garrincha, Zico, Ronaldo e Ronaldinho, che nel libro vengono citati senza essere mai i veri protagonisti. Ma il futebòl povero, quello che non viene visto da nessuno. Questi gli elementi del nuovo libro di Enzo Palladini, giornalista Mediaset, “Scusa se lo chiamo futebòl”, che uscirà a breve per Edizioni inCONTROPIEDE.

A Palladini piace raccontare gli eroi dimenticati. Perivaldo, che avrebbe dovuto essere in campo al Sarrià nel 1982 e invece oggi fa l’ambulante a Lisbona. Jaguarè Bezerra de Vasconcelos, uno spazio in tutte le storie del calcio brasiliano, senza avere una data di nascita e una data di morte. Il campioncino con una gamba sola. Il nottambulo Paolo Cesar. Il Pelè del Sergipe. Carlos Henrique Raposo, l’amico dei calciatori. Biro-Biro, la zazzera bionda del Corinthias. Dadà Maravilha, il centravanti implacabile che sostiene di aver segnato 499 gol di testa.

In “Scusa se lo chiamo futebòl” il lettore non troverà la storia dei Campionati del mondo, ma piuttosto della Taça das favelas. Dove al campo l’odore del churrasco serve a camuffare quello del fumo delle canne.

Il viaggio nella terra verde-oro è in compagnia di Sergio e Lucio, due giornalisti italiani, personaggi immaginari ma fino a un certo punto, innamorati del Brasile e del calcio, perfettamente padroni della lingua portoghese che si parla nel Paìs do futebòl e perfettamente integrati in quella realtà.

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