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#LaTombaDi Helenio Herrera: Intervista a Fiora Gandolfi (Alberto Facchinetti)

img_20161103_152242I pomeriggi appena successivi al ponte dei Santi sono per Fiora Gandolfi i preferiti per portare un fiore sulla tomba del marito Helenio Herrera. Il cimitero San Michele di Venezia si svuota dai visitatori dopo l’assalto che subisce il primo novembre e dintorni e da ricordare c’è l’anniversario della scomparsa di HH. L’uomo che per la prima volta ha fatto Grande l’Inter, rivoluzionando la figura dell’allenatore, è mancato esattamente 19 anni fa in questa città dove aveva scelto di vivere insieme alla famiglia. La data del decesso (9 novembre 1997) non fa oggi discutere, ma a “ballare” è invece quella di nascita. “Dopo la sua morte – dice la Gandolfi davanti alla tomba del marito – ho scoperto sul passaporto di Helenio che era nato nel 1910 anziché nel 1916 come sempre aveva dichiarato. Non mi stupisce si sia ringiovanito, l’avrà fatto per vanità. Oggi ho portato un pennarello perché voglio correggere l’errore sulla tomba. Faccio diventare il sei uno zero”. Il monumento funebre riporta come una pagina Wikipedia le date di inizio e fine vita, e tutte le squadre di cui ha fatto parte in carriera. E proprio come nell’enciclopedia più famosa del web, Fiora apporta la sua modifica.

img_20161103_152253La tomba si trova nella parte dedicata ai cristiani evangelici, Herrera era ateo convinto e non battezzato. “Non mi aveva mai detto dove volesse riposare dopo la morte, per un semplice fatto: Helenio si credeva immortale. Però l’isola di San Michele gli piaceva molto e avrebbe di sicuro apprezzato un posto così verde con questo rumore misto di onde e vento”. Ma non è stata un’impresa semplice portarlo qui. “Si potrebbe scrivere un romanzo di quelli pieni di mistero su ciò che è successo dopo la sua morte. L’avevano messo provvisoriamente nel cimitero cattolico talmente in alto che oltre alla scala mi serviva un dizionario, che mi portavo da casa, per salirci sopra e riuscire a cambiare l’acqua ai fiori. Nemmeno il nome era corretto, Errera avevano scritto. Anche in quel caso mi è toccato prendere il pennarello e aggiungere una H. Nel frattempo avevo fatto preparare tutto per una tomba nello spazio, all’interno del cimitero evangelico, che gli era stato assegnato. Ma passavano gli anni e niente. In quel posto mi sembra sia addirittura comparsa una nuova tomba che prima non c’era. Mistero. Poi ho scritto una lettera alla regina d’Inghilterra che in poche ore ha risposto e sistemato la questione, trovando una nuova collocazione a HH che è quella in cui si trova ora”. Dove a pochi passi sono sepolti i poeti Ezra Pound e Joseph Brodsky. HH s’era fatto nemici a Venezia o è stata la burocrazia la causa di questi ritardi? “Nessuna delle due cose. A Helenio piaceva molto la città e i veneziani gli volevano bene. Credo sia stato un problema di snobismo. Un allenatore di calcio nel cimitero evangelico? Sia mai…” Mentre parla la Gandolfi, oltre ai fiori, sistema dei piccoli gadget interisti accanto all’urna cineraria che ha la forma della Coppa dei Campioni, quella che per primo il Mago ha saputo regalare (e in due occasioni) all’Inter e al presidente Angelo Moratti che tanto la desiderava. “Ci sono appassionati che vengono a mettere sciarpe e portachiavi nerazzurri, alcuni vogliono invece portarsi a casa un pezzetto di Helenio e allora piuttosto che prendano altro preferisco portare qui dei souvenir, che si prendano quelli”. E quei fiori? “Ci sono donne che portano orchidee. Fiori che significano amore. Sono le sue morose, le sue amanti insomma. Helenio è sempre stato un donnaiolo. La mona è sempre stato il suo antidepressivo, fino all’ultimo minuto. Alla fine sembrava un po’ il Berlusconi di questi ultimi anni. A me non divertiva, ma a lui stava bene così ed io ho sempre desiderato vederlo felice”. Dovrebbero portargli un fiore anche tutti gli allenatori di oggi. Da Pippo Inzaghi a Max Allegri. Se non fosse stato per lui, il loro ruolo adesso non verrebbe riconosciuto in questo modo e non sarebbe così gratificante a livello economico. Prima del suo avvento in Italia (1960), quasi non si conoscevano i nomi dei mister. Facevano la preparazione atletica, poi consegnavano le undici magliette ai ragazzi. Ma non erano determinanti come lo sono nel calcio attuale (o almeno non venivano percepiti così) e per loro circolavano pochi soldi. “Vero, invece a lui il grano piaceva. Non si vergognava a dirlo. Non è mai stato un ipocrita. Oggi nel mondo del calcio, e non solo, vige il politically correct. Lui ha sempre avversato la politica, era un anarchico pacifista, ed è sempre stato corretto. Mai politically correct, che è poi una prerogativa degli imbroglioni”.

img_20161105_213231Un allenatore che gli assomiglia molto è Mourinho. “Sì, intanto è il più sveglio di tutti gli altri. È un portoghese attivo, non malinconico. In entrambi c’è il gusto del vestirsi bene, sanno essere eleganti alla stessa maniera. Tutti e due hanno idee molto chiare: sono necessarie se si vuole imporle agli altri. E poi un carisma fuori dal comune. Helenio aveva di più il senso della battuta, sempre surreale. Lo aiutava anche la lingua, lo spagnolo si presta meglio. José ha voluto visionare gli appunti che mio marito ha sempre tenuto sino agli ultimi giorni, scriveva su dei quaderni fitto fitto in una lingua tutta sua (partiva dal francese e lo impastava con il castigliano). Glieli ho fatti avere e una notte, saranno state le due, mi ha chiamato per ringraziarmi”. È una passione per il calcio totalizzante. “Helenio aveva un profondo amore per il pallone, un rapporto quasi carnale. Conosceva una sola dimensione, quella del futbol. Se noi ci trovavamo in viaggio, che ne so in Giappone, qualsiasi cosa catturasse la sua attenzione magicamente l’avrebbe poi trasferita in qualche modo nel suo mestiere. Era incredibile. Ha rivisto un suo giocatore tanti tanti anni dopo averlo avuto al Siviglia: dalla faccia non l’aveva riconosciuto, ma quando lo fece camminare pescò immediatamente fuori il suo nome. Lui ragionava calcio. Nostro figlio è nato a Parigi di parto cesareo, ovviamente previsto di lunedì pomeriggio, in modo che Helenio, libero dagli impegni con la squadra, potesse raggiungerci dall’Italia”.

Oggi in via Malamocco a Lido c’è il campetto Helenio Herrera. La città lo ricorda così con una struttura alle Terre Perse. “Venezia è dei politici. Loro vengono ricordati, non gli sportivi. Ho appena scritto al nuovo sindaco di Milano perché gli venga dedicata una strada nei pressi di San Siro. Vediamo se lì le cose vanno diversamente”.

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Alberto Facchinetti

Alberto Facchinetti

Nato in provincia di Venezia nel 1982. Laureato presso l’Università di Padova con una tesi sul giornalismo sportivo, ha esordito nel 2011 con “Doriani d’Argentina” (ristampato nel 2013 in una versione ampliata e aggiornata). Nel 2012 è uscito “La Battaglia di Santiago”. Con Edizioni inContropiede ha pubblicato nel 2014 “Il romanzo di Julio Libonatti” e nel 2015 “Ho scoperto Del Piero – La storia di Vittorio Scantamburlo”. www.albertofacchinetti.it