Jürgen Croy

Jürgen Croy di Roberto Brambilla (dal libro “C’era una volta l’Est)

A Zwickau, ai piedi dei Monti Metalliferi, in quella che fino al 1990 era la Repubblica Democratica Tedesca, ci sono tre miti. Robert Schumann, uno dei più grandi compositori del Romanticismo, la Trabant e Jürgen Croy. Lui non componeva opere,non era un ingegnere, ma di professione faceva il portiere, il più bravo mai visto nella Ddr e tra i migliori della storia calcistica tedesca. Lì, a pochi chilometri dal confine cecoslovacco, però non lo amavano solo perché era un fenomeno tra i pali, ma perché lui i suoi tifosi non li ha mai traditi. Diciotto anni in Oberliga, 372 presenze tra coppe e campionato e nessun’altra maglia se non quella del Sachsenring Zwickau, la squadra che fino al 1968 si chiamava Bsg Motor e che era legata alla fabbrica in cui dal 1958 si produceva la Trabant. Un uomo, un club: non proprio una rarità nella Germania Est. Se non fosse che Croy era un fuoriclasse e il Sachsenring solo una squadra che veleggiava nella parte medio-bassa della classifica della prima divisione.

Per Jürgen però quella era soprattutto la squadra della sua città, in cui era nato nel 1946. Croy viene da Planitz, città operaia che nel 1944 era stata inclusa nel comune di Zwickau, luogo storico per il calcio della Repubblica democratica. Qui giocava il Sg Planitz, la società che nel 1948, quando Jürgen aveva solo due anni, aveva vinto il campionato della zona sovietica, il predecessore della Oberliga. Una squadra da cui nascerà, dopo varie trasformazioni, il Sachsenring Zwickau. Ma non è nella società di cui diventerà la bandiera che Croy comincia a giocare. Il piccolo Jürgen, figlio di un lattoniere per auto, muoverà infatti i primi passi nel settore giovanile del Bsg Aktivist Karl Marx Zwickau, l’altra squadra della sua città, legata alla società che si occupa dell’estrazione del carbone, così abbondante in quella parte di Sassonia. Qui rimarrà otto anni, dove si alternerà tra i pali e la linea d’attacco.

Al bambino e al ragazzo Jürgen giocare fuori piace parecchio e il tocco di palla e l’ottimo destro gli torneranno utili. Nel 1963, a 17 anni il trasferimento, come portiere, al settore giovanile Bsg Motor Zwickau. Non un acquisto (il calciomercato all’occidentale nella Ddr non esisteva) ma un trasferimento obbligato, Delegierung nel linguaggio della burocrazia sportiva della Germania Est. Quello che arriva ai biancorossi è un ragazzo che ha ancora molto da imparare sotto il profilo tecnico ma fisicamente sembra nato per fare il portiere, 186 cm di altezza per 85 chili di peso, agilità e ottimi riflessi. I dirigenti del Motor Zwickau lo schierano nella formazione riserve o in quella giovanile. Tra quelli della sua età è già uno dei migliori della Ddr. Nel 1963 viene chiamato per la prima volta nella Nazionale juniores e due anni dopo si laurea campione d’Europa di categoria battendo a Essen in finale 3-2 l’Inghilterra. Quattro mesi dopo quel trionfo per il 19enne di Planitz arriverà anche l’esordio in Oberliga. Siamo in agosto e Croy è aggregato per la prima stagione alla squadra A. Fino al maggio precedente il Bsg Motor aveva un ottimo portiere, Peter Meyer, che aveva difeso i pali dei sassoni anche nel loro storico esordio europeo contro il Mtk Budapest. Meyer, che ha 23 anni, viene però chiamato per il servizio militare e destinato a Frankenberg, non lontano da Karl-Marx-Stadt e alla locale squadra che militava nella terza serie provinciale.

Il suo posto se lo giocano in due: il veterano Heinz Franke e il giovanissimo Croy. Alla prima contro la Dynamo Berlino il tecnico Heinz Werner sceglie Franke, alla seconda giornata nella trasferta con l’Empor Rostock promuove Croy. I biancorossi vincono 2-1 in trasferta, e tre giorni dopo Jürgen debutta davanti a suoi tifosi al “Georgi-Dimitroff-Stadion” di Zwickau, il 21 agosto, nel match con la Dynamo Dresda. Saranno Klaus Sammer e Wolfgang Oeser a firmare il 2-0 con cui i gialloneri sconfiggono il Motor. E perdere, o perlomeno non vincere, sarà una delle cose a cui Croy si abituerà, perché la squadra della sua città è tutt’altro che una corazzata. Alla fine di quell’anno i biancorossi finiranno quintultimi a cinque punti dal Rot-Weiss Erfurt, la prima delle compagini retrocesse. E quello sarà con poche variazioni il piazzamento del Motor (nel 1968 diventato Sachsenring) per la seconda metà degli anni Sessanta e per tuttigli anni Settanta. Uniche eccezioni, due quinti posti, nel 1969 e nel 1970 e una terza piazza, datata 1967. Classifica alla mano quest’ultima è una stagione storica, la migliore dopo quella del 1949, quando con il nome di Horch Zwickau i biancorossi erano stati campioni della prima Oberliga. Nel 1966-67 infatti i sassoni vincono anche la Coppa nazionale, spazzando in finale l’Hansa Rostock 3-0. Ciò che stupisce di quella stagione è il rendimento difensivo, secondo solo a quello dei campioni del Karl Marx Stadt: Croy subisce 26 gol in 26 partite e inizia a guadagnarsi la stima dei compagni e il rispetto degli avversari. Sparwasser, Streich, Vogel, i fratelli Ducke e tutti i cannonieri prima e dopo si infrangono contro la “Pantera di Planitz”, come hanno iniziato a chiamarlo tifosi e giornalisti. Non un portiere spettacolare ma un numero uno essenziale, con un ottimo senso della posizione, felino sulla linea di porta, sicuro nelle uscite e dal fisico praticamente d’acciaio.

Dall’esordio nell’agosto del 1965 al ritiro nel 1981 Croy avrà pochi stop significativi e lascerà ai suoi secondi Kirtschig e Puschel un totale di 37 partite. Un giocatore di livello internazionale che a Zwickau diventa ancor di più un idolo agli inizi degli anni Settanta, quando sulla scrivania dei dirigenti del Sachsenring Zwickau arrivano le richieste dei maggiori club della Oberliga. Tutti lo vogliono e la Federazione della Ddr non sarebbe dispiaciuta del trasferimento, perché ai dirigenti calcistici della Germania Est, non proprio inclini alle favole, non va proprio a genio che il miglior portiere del campionato giochi in una squadra medio-piccola e non possa rafforzare le corazzate che vanno a giocare le coppe. La pressione intorno a lui è alta, tanto che, come racconterà alla rivista 11 Freunde, viene convocato a Berlino da Franz Rydz, il vicepresidente del Comitato olimpico della Germania Est. «Ti sei deciso?», è più o meno la domanda che il dirigente, strettamente legato a Manfred Ewald, il padre-padrone dello sport nella Ddr, gli pone. La risposta di Croy è no, ma Rydz non si scompone, gli dice di rifletterci ancora. Il portiere ci penserà, sapendo perfettamente le condizioni e i vantaggi che avrebbe, lasciando il Sachsenring (più soldi, un impiego fittizio in qualche ministero o nell’esercito e maggiore visibilità internazionale).

Ma la risposta sarà sempre la stessa, perché per lui Zwickau è il posto perfetto per vivere. Può andare allo stadio in bicicletta, i compagni di squadra e i tifosi lo adorano, gli operai della VEB Sachsenring, di cui è formalmente un collega, hanno addirittura minacciato che se verrà trasferito d’ufficio a un altro club fermeranno il lavoro per qualche ora. Uno sciopero, sì. E i vertici dello sport tedesco non possono rischiare, perciò lasciano il giocatore dov’è. Un amore solido quello con città, tifosi e società che sarà cementato per l’eternità in un soleggiato e caldo pomeriggio di giugno del 1975. Allo “Stadion der Weltjugend”di Berlino Est, il Sachsenring Zwickau si gioca la finale della Fdgb-Pokal, la Coppa della Repubblica Democratica. I sassoni ne hanno già disputate tre, vincendone due,l’ultima appunto quella del 1967 con Croy tra i pali. Nella capitale ci sono arrivati dopo due turni agevoli, contro la Dynamo Berlino e l’Asg Vorwärts Stralsund e uno combattuto con il Wismut Aue. In finale l’avversario è la Dynamo Dresda, terza in Oberliga e destinata a vincere, a partire dal 1975-76, tre campionati di fila. Da Zwickau si muovono 10mila tifosi per riempire un impianto che al fischio d’inizio conterà 55mila spettatori, la maggiore affluenza di sempre per un atto finale di coppa. La Dynamo, allenata da Walter Fritzsch, è fortissima e ha molti nazionali in rosa: la gara, almeno sulla carta, non dovrebbe avere storia. Tanto che l’allenatore Kluge aveva dato una sola parola d’ordine: mantenere lo 0-0 e portare il match più avanti possibile, anche fino ai rigori. Perché con Croy in forma è più facile non prendere gol che farne. E il fortino del Sachsenring, nonostante la netta inferiorità tecnica, regge senza eccessivi problemi per più di un’ora. Al 65’ però i favoriti vanno avanti con una rete di Gerd Heidler: 1-0 e la Coppa sembra prendere la via di Dresda. Il Sachsenring reagisce e pareggia con un terzino, Joachim Schykowski, di testa.

Così, a un quarto d’ora dalla fine tutto ritorna in gioco, il risultato però non cambia fino al 90’. Si va ai supplementari, dove la Dynamo, al quinto minuto del secondo supplementare, segna il 2-1 con Richter: il sogno dell’undici di Zwickau sembra spegnersi, questa volta definitivamente. Kluge dà l’ordine: alles oder nichts, il tutto per tutto, e a un minuto dal fischio finale dell’arbitro Einbeck, Peter Nestler la butta dentro di sinistro. È il 119’ e il Sachsenring Zwickau è ancora vivo. 2-2, la partita si deve decidere ai rigori, come Kluge voleva. Anche perché sul dischetto più che i piedi contano testa, cuore e gambe. Il tecnico dei biancorossi sceglie Dietzsch, Blank, Bräutigam, Hans Schykowski e Jürgen Croy. Sì, il portiere. Lui è il prescelto per tirare l’ultimo penalty. Ma prima di tirare il suo rigore Croy deve fermare quelli degli altri. Ci riesce al secondo tentativo respingendo il rigore di Gerd Weber. Peccato che la sua prodezza sia vanificata dopo qualche secondo dall’errore gemello dell’attaccante dello Zwickau Blank. Nel turno successivo segnano Geyer e Bräutigam e per il quarto rigore tocca a Dörner. Dal punto di vista tecnico è forse il più bravo tra i 22 in campo: Jürgen para. Mancano tre rigori e il Sachsenring ha la possibilità di andare in vantaggio. Sul dischetto va Hans Schykowski: è gol, come è gol l’ultimo penalty della Dynamo firmato da Kotte. Tra i biancorossi di Zwickau e la Coppa ci sono undici metri e Claus Boden. Croy sistema il pallone. «Ho preso una lunga rincorsa sette-otto metri – ha raccontato – Volevo tirare centrale ma Boden rimaneva in piedi, così ho deciso all’ultimo secondo. Tiro rasoterra all’angolino destro». 4-3 e coppa a Zwickau. L’immagine che è passata alla storia è quella di Croy con le braccia alzate e Boden a terra a disperarsi. E le foto rimangono l’unica testimonianza visiva per i posteri, perché le bobine del match, trasmesso dalla televisione di Stato sono andate perdute. Un trionfo – l’ultimo per il club – che i giocatori festeggeranno insieme a un’intera città tra birre, sigari e 400 marchi della Ddr, il premio dato a ciascun giocatore. Con la Fdgb-Pokal in bacheca la squadra di Croy è ammessa alla Coppa delle Coppe.

 

(continua…)

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