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Intervista a Arcadio Ghiggia

Due anni fa se ne andava da questo mondo Alcides Ghiggia. Davanti alla tv a guardare la replica di una partita del campionato uruguayo, in compagnia del figlio Arcadio (chiamato così in onore del suo vecchio capitano alla Roma, Arcadio Venturi), veniva colpito da un infarto letale. Era il 16 luglio, curiosamente l’anniversario del Maracanazo 1950, quando Ghiggia con un suo gol gelò il sangue dei brasiliani e regalò all’Uruguay la seconda coppa del mondo della sua storia. Arcadio oggi vive a Montevideo e sogna di venire ad allenare in Italia.
Arcadio, il papà le parlava mai del Maracanazo?
Negli ultimi tempi per lui il Maracanazo era un peso, gli anni passavano e lui era rimasto l´ultimo sopravvissuto di quella partita leggendaria: sentiva molto la mancanza dei suoi compagni. E soprattutto continuava a chiedersi se avesse fatto bene a fare quel gol.
Addirittura?
Sì. Per quello che è poi successo agli avversari, per la vita che sono stati costretti a vivere. Il portiere Barbosa è stato fatto passare come il peggior criminale della storia brasiliana. Mio papà provava molto dolore per questo. Aggiungici che con l’età un uomo diventa anche più malinconico.
Il Maracanazo era diventato maledetto anche per Ghiggia.
I brasiliani volevano molto bene al papà. Lo so per certo, essendo stato parecchie volte in Brasile e in tante regioni diverse. Mi dicevano meraviglie di papà e ne parlavano come se fosse il loro eroe. Io per loro ero “il figlio di un eroe”.
Lo trattavano meglio in Brasile che in Uruguay?
Sì, purtroppo questa è la verità.
Ma secondo lei è stato Obdulio Varela il vero protagonista di quella partita?
Varela era il capitano di quella squadra e da vero capitano ragionava. Ma tutti i giocatori di quella formazione sono stati fantastici, perché ognuno ha fatto quello che serviva per vincere quella partita.
Schiaffino?
Pepe è stato un grande del calcio, un calciatore magnifico ed una bella persona.
Su Wikipedia italiana: “Immediatamente dopo la partita, Ghiggia subì l’aggressione di alcuni facinorosi. Il calciatore rientrò in Uruguay in stampelle e con la gamba sinistra malconcia; rimase inattivo per quasi tutto l’anno”
Chi ha scritto questo non sa nulla del Maracanazo.
Ghiggia ha poi giocato anche in Nazionale italiana come oriundo. Le sue origini italiane però sono sempre state poco chiare.
I Ghiggia sono originari del Ticino. Il primo Ghiggia è partito per l’Argentina nel 1870 da Sonvico (frazione Dino). Il padre di mio padre è nato nella provincia di Tucuman, poi si è trasferito in Uruguay e s’è sposato con mia nonna. Da questo matrimonio sono nati 5 figli (3 maschi e 2 femmine, papà era il più piccolo).
Rimane il mistero.
In ogni caso è sempre stato orgoglioso di giocare con la maglia azzurra.
Alcides è stato anche uno dei suoi maestri di futbol?
Da lui ho imparato tutto. Non puoi immaginare le ore che abbiamo trascorso insieme parlando di calcio. Momenti indimenticabili. Mentre io facevo il corso della FIFA (sono uscito con i migliori dei voti, davanti ad altri 34 colleghi, uno degli insegnanti era Oscar Washington Tabarez) papà si comportava come fosse il mio tutor. Agli amici, a me mai, diceva che io sapevo di calcio più di lui. Io so che non è così perché lui aveva il calcio nel sangue. Tutto quello che so, e non è poca cosa davvero, lo so per le sue lezioni. Mamma mia che professore è stato mio padre!
E di Roma che ricordi ha?
Bellissimi. Non scordare che io sono nato a Roma. E là ho vissuto tutto il periodo della Dolce vita.
Anche il papà ha vissuto la Dolce vita?
Chiaro, come non amare la Dolce vita romana. Papà ancora più di me, era la stella e anche il capitano della Roma. Lui cercava di vivere ogni minuto della sua vita. Un quarto d’ora dopo che la partita era finita, per lui era finita davvero.
Tornato in Uruguay, giocò per parecchi anni ancora con il Danubio. Ma era tifoso del Danubio o del Penarol?
Del Penarol, alla morte.
Lavorò anche come croupier al casinò?
Nel casinò lui era il “fiscale”, non il croupier.
Cioè?
Aveva la sorveglianza di tutto il tavolo, controllava i croupier, quello che pagavano, la gente che giocava… Era un capo.
Un’ultima curiosità per i lettori di Edizioni inContropiede. Alcides Ghiggia cosa pensava del Chino Recoba?
Un grande giocatore, poteva essere il migliore del mondo, se solo avesse voluto allenarsi.

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Alberto Facchinetti

Alberto Facchinetti

Nato in provincia di Venezia nel 1982. Laureato presso l’Università di Padova con una tesi sul giornalismo sportivo, ha esordito nel 2011 con “Doriani d’Argentina” (ristampato nel 2013 in una versione ampliata e aggiornata). Nel 2012 è uscito “La Battaglia di Santiago”. Con Edizioni inContropiede ha pubblicato nel 2014 “Il romanzo di Julio Libonatti” e nel 2015 “Ho scoperto Del Piero – La storia di Vittorio Scantamburlo”. www.albertofacchinetti.it