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GLI ARAZZI DI LIONE (NELL’OTTICA DEI 180) di Francesco Olivo

Torna dopo 10 anni Lione-Roma. La precedente sfida è stata raccontata da Francesco Olivo nel libro Memorie dell’Europa calcistica – l’Erasmus del pallone”, edizioni inContropiede a cura di Federico Mastrolilli. Ve lo riproponiamo qui sotto.

 

La Francia è una nazione ricca di arazzi. Ce ne sono ovunque. Nel Calvados, in Normandia. I turisti si affollano davanti ai tappeti magici di Bayeux. Gli amanti del genere possono scegliere anche tra Aix en Provence e Parigi. Gli arazzi forse mancano soltanto a Lione. Quello del tessile è di solito un argomento trascurabile quando si organizza una trasferta, ma in un ottavo di Champions può succedere di tutto, persino di fare carte false pur di vedere il mitico allenamento nello stadio vuoto il giorno prima del match. Le carte, appunto, erano false. La gita in Francia seguendo la Roma non sembrava una trasferta. La trasferta, infatti, ha i suoi riti, il suo codice, persino delle leggi: la città da raggiungere non deve essere visitata con spirito turistico e ci si resta per poco più di dei novanta minuti decisivi. Qualche deroga è concessa giusto per un pasto presunto tipico, unico contatto amichevole con gli indigeni. A Lione, però, arrivammo presto, addirittura il weekend prima di quello splendido martedì.

Qualche giorno giusto per ambientarci, “tutto nell’ottica dei 180”, ripetevamo esorcizzando uno dei luoghi comuni del linguaggio pallonaro. I minuti da giocare in realtà erano novanta, perché la prima metà della sfida si era consumata all’Olimpico. Zero a zero: serviva l’impresa. Arrivammo scaglionati. Al mio sbarco ebbi la bella notizia da Damiano, detto the amazing (va pronunciato rafforzando al massimo la “z”, che, come minimo, si raddoppia): “Abbiamo il tesoretto”. Soldi inaspettati, insomma. I primi a giungere in terra nemica avevano pranzato in un fast food – prima di una serie di offese alla capitale dei gourmet francesi – e, al momento di uscire, era apparsa una busta, di quelle che si vedono nei film o nei documentari sulle tangenti: sola, anonima e soprattutto con 240 euro dentro. La ricerca del proprietario del malloppo fu descritta in modo talmente vago da suscitare qualche sospetto. Lo sporco odore del tesoretto, tuttavia, mise a tacere le coscienze e ci sfamò per giorni. I sensi di colpa furono, peraltro, regolati dalle ricostruzioni di the amazing: “So io di chi erano gli euro: di una buzzicona ricca sfondata, l’ho vista e non se li meritava”. “Sta stronza”, ripetemmo tutti, accanendoci sulla sventurata. La terra si presentava graziosa, ma piuttosto ostile: persino un banale, seppur animato, tresette, fu impedito dai gestori del bar della stazione, che ci costrinsero a una mano scomodissima al binario. La base non era Lione, il gruppo era accampato a Saint-Étienne, luogo calcisticamente non banale: “Ma quanno more Platini?” si canticchiava, rievocando un coro contro il campione, che qui giocò prima di diventare il nostro nemico juventino. Nella cittadina de le roi Michel viveva Stefania, la fidanzata di Carlo, il quale, con scarsi risultati, aveva spacciato la trasferta per una gita romantica. Stefania era lì per l’Erasmus, con tutto ciò che ne consegue: case precarie, cibo scadente, comitive improbabili, nazionalità miste e persino dei salernitani che giuravano intimità con il dj Coccoluto: “Te lo giuro! Il padre vendeva lavatrici sul lungomare di Gaeta”. L’unico a cercare un’integrazione profonda, sin troppo profonda, era Cesare, detto er moldavo a causa delle origini est europee della madre. Un motivo c’era: al moldavo il calcio interessava poco: “Sti cazzi daaaa Roma”, provava a blaterare quando la discussione si inoltrava su moduli, mercato e infortuni. Il suo obiettivo dichiarato era portare a letto una donna (lui lo esternava con più franchezza), magari proprio durante la partita, così da dimostrare il suo vecchio teorema che opponeva le ragazze al calcio. Inutile anticipare che non ci riuscirà.

La festa Erasmus organizzata la prima sera trascorse tutto sommato senza degenerazioni. Io e Damiano passammo un’ora buona intorno a una russa (“Non perdete tempo, vi ci fa credere e poi se ne va”, aveva vaticinato con precisione Stefania). Carlo lanciava sguardi nella speranza di non essere beccato da Stefania, siciliana che aveva portato in Francia i costumi di casa (“Prova a sgarrare e chiamo gli amici di Gela, arrivano anche qui”). Il moldavo, al solito, faceva la sua partita, fatta di tentativi insistenti e sempre più disperati con il passare delle ore. La Champions restava sullo sfondo, l’unico tono da trasferta scappò a Damiano, quando, per cacciare un francese che si era avvicinato troppo alla russa, intimò a quest’ultima: “Accanna er fagggiano”. Lei non capì, il fagiano non capì, nessuno capì, ma tutti capirono (che era ubriaco). Il nulla di fatto nelle conquiste fu accolto senza drammi (e con una certa abitudine): “Non siamo qui per questo, no?”. “Io sì, veramente”, disse il moldavo. Smaltita la festa arrivò il lunedì. La giornata era destinata, da programma, alla visita della città. Turismo come Dio comanda, ecchecavolo. Le passeggiate in centro, un pranzo tipico, qualche negozio. D’altronde Lione si presta: vicoli, ristoranti, giardini, fiori, chiese, il museo del cinema (è la città dei fratelli Lumiere). Ma anche se nessuno ne parlava, già si fremeva per il giorno dopo. Si cercavano informazioni: “So partiti?”, “So arivati?’”, “Hai scoperto l’albergo della squadra?”. Si studiavano conversazioni nei bar francesi. L’acquisto dell’Equipe sembrò pura routine, ma sul quotidiano sportivo più celebre al mondo eravamo in cerca dell’unica notizia importante: a che ora si allena la Roma? Nelle partite di Champions la squadra in trasferta fa una sgambata e poi la conferenza stampa il giorno prima del match nello stadio dei rivali. Lo avevamo visto in televisione per anni, ora eravamo lì e non potevamo continuare a passeggiare per Lione come se nulla fosse. C’era un problema però: il moldavo. A lui avevamo spergiurato che almeno per quel giorno ci saremmo distratti: “Pensateci dentro di voi, ma non ne parlate, mo’ basta co sto Capitano”, implorava, prima di passare alle solite recriminazioni: “Ieri non ho scopato per colpa della Roma”. L’informazione, intanto, arrivò. Non dall’Equipe, che stranamente scrisse d’altro, ma attraverso un sms dalla capitale: “Pare che alle sei stanno allo stadio”. Bastò uno sguardo: andiamo. Sulla mappa sembrava tutto facile, lo stadio Gerland ha la sua fermata della metropolitana. L’accordo arrivò in pochi secondi, mentre il moldavo ci salutava da un negozio di dischi, con le cuffie in testa, ascoltando la sua amata musica trance: “Venite a sentì che robetta”. Non era facile, la confessione del cambio di programma avrebbe comportato una rottura. La sgambata di Totti e De Rossi a tre chilometri da lì, però, non poteva essere ignorata.

La conferenza stampa di Spalletti, magari una pacca sulle spalle a Cassetti, Tonetto che controlla l’erba, persino una foto con Taddei. Bisognava provare.

Serviva un piano e un piano arrivò. Fu Damiano a togliere le cuffie con la trance dalle orecchie provate del moldavo: “Basta cazzate: sta per chiudere il museo”. “Il museo??? E mo’ da dove spunta sto museo”. Dovetti intervenire, con tono fermo: “Ma sei scemo? Siamo a Lione e non vediamo il museo degli arazzi? Forse sei ancora ubriaco da ieri sera”. La domanda arrivò necessaria: “Ma a noi che cazzoce n’è mai fregato degli arazzi? So’ dei tappeti”. Tutto previsto, Damiano puntò allora sul senso di soggezione che possono mettere le arti, specie quelle così poco frequentate: “È la collezione più importante del mondo. Se a mia madre dico che sono venuto qui senza andare al museo degli arazzi mi caccia di casa”. Tra qualche perplessità moldava prendemmo la metropolitana.

L’indicazione della nostra fermata, Gerland, era preceduta da un chiarissimo “Stade” e persino accompagnata dal disegno di un pallone. Cesare però non ci fece caso e proseguì con qualche vaga protesta: “Almeno però dopo sti arazzi andiamo al festone”. Ma era la solita generica programmazione, per cui annuimmo. Nel tragitto in metro l’ignaro moldavo continuò nel tentativo di scorgere feste (“Te pare che non ce vai”) su dei foglietti rimediati nel negozio di dischi. Distrazione fatale. Scendemmo dalla metro e salì il veleno, un’emozione in parte guastata dall’emergere dei primi dubbi di Cesare: questo cacchio di museo dovrebbe sorgere in mezzo a campi di atletica, piattaforme di tuffi e piscine olimpioniche, un contesto strano in effetti per degli arazzi. La nostra camminata accelerata, poi, fu l’ultima prova. La menzogna iniziò ad apparire come tale, anche se ancora molto vagamente: “Ahò, ma non è che la partita c’è oggi?”. “Ma te pare? La Champions di lunedì?”. Finito un lungo viale, svoltammo a sinistra ed apparve lo stadio. Davanti al cancello si affollava un piccolo gruppo in una fila disordinata. No, non è la partita, ma neanche gli arazzi. “Chi sono quelli?” “Forse dei turisti in coda”. “Ma che state a dì, c’è anche Fabietto, er polemica”. Fine dell’inganno, aveva riconosciuto una specie di vip delle sue parti, un territorio dove ci si orienta attraverso i numeri e non i nomi delle strade, al 12, al 16, al 13 e mezzo. Dove le cifre stanno per il chilometraggio dell’Aurelia (non si scende mai, ahimè, sotto all’11). Entrare era complicato, non tanto perché non ne avevamo diritto, quanto per le proteste ormai manifeste: “Mortacci vostri, mo’ se n’annamo subito” e giù con l’elenco di una serie di feste imperdibili, che invece, a causa di un allenamento – …“un allenamento!”… – ci stavamo perdendo. Inutile riportarlo alla ragione: “Sono le sei del pomeriggio, ma quali feste?”. “Alla stazione ce sta ancora l’after de ieri”.Sul cancello, ineffabile, c’era un guardiano circondato dal polemica e compagni. Solo per il fatto di essere nero e francese venne ribattezzato Tiganà (altro campione degli anni Ottanta): “Tiganà facce entrà”. Serviva però un accredito, una tessera, qualche titolo. A Tiganà fu mostrato di tutto, con giustificazioni in tipico francese da trasferta. In dieci riuscirono a entrare con una tessera Mille Miglia dell’Alitalia (“avion ufficiàl daaaa Roma”), altri banalmente con l’abbonamento dello stadio (“travaliam alla societè”), uno persino con la fidelity card di un negozio di vestiti (spacciato come “divìs dell’equipe”). Solo un tizio fu respinto, ma, avendo mostrato l’abbonamento Atac (“Atàc, societè de trasportaziòn”), aveva esagerato, anche per uno tollerante come Tiganà, ormai confuso davanti a un’umanità così diversa da quella che aveva dovuto gestire negli altri turni di Champions. Entrammo, a far cosa non si sa, visto che l’allenamento finì dopo tre minuti. Salimmo le scale con affanno degno di miglior causa. Avevamo rotto un’amicizia, avevamo partecipato alla derisione (un filo razzista per giunta) di un semplice impiegato dello stadio, avevamo perso mezza giornata in una città che non avevamo minimamente visitato. Avevamo anche saltato un aperitivo con la russa, quella conosciuta, assai vagamente, la sera prima. Il tutto per tre minuti di sgambate dei nostri, con l’unica vera soddisfazione di una stretta di mano e foto con Fabio Alescio (noto giornalista locale, finito in disgrazia professionale qualche anno dopo). L’amicizia con Cesare era, appunto, rotta, o come minimo compromessa, macchiata, forse per sempre. Il lungo ritorno verso Saint-Etienne fu mesto, il moldavo non era il solito moldavo, non una proposta di festa, non un cenno a possibili rave tra le montagne, niente di niente. Unica concessione, una mano di tresette, intramezzata da parole amare, appena sussurrate: “Ma che te bofonchi?”, fece Damiano stufo della situazione. “Sta cazzo de Roma”, è l’unica cosa che rispose Cesare. Il giorno dopo era Il Giorno. Da Roma stavano arrivando due amiche, una delle quali con i preziosi (i biglietti, da “preziosi tagliandi”) e quindi bombardata di messaggi: “partita?”, “Arrivata?”, “Terminal?”. Arrivammo a Lione al mattino. La città era invasa dai romanisti. I questuanti di Tiganà erano ormai confusi nella massa e noi pionieri, in terra straniera già da diversi giorni, fummo visti con sospetto. Mancò poco che finisse male. Passeggiando per il centro passammo davanti a un ristorante, scelto da un gruppo di tifosi. A capotavola sedeva il più grosso, probabilmente il leader, che al nostro passaggio ci squadrò e disse ad alta voce: “Ecco tre del Lione”. Era un messaggio al suo popolo, del tipo: “Abbandonate sto formaggio e dedicatevi a loro”. Ma era chiaramente un equivoco che Damiano risolse: “Macché Lione, io so’ de Boccea”.

Ci aveva esclusi, ma forse era studiato. “Sei de Boccea?”, fece sospettoso il leader della tavolata, “e allora tira fori er colore!”. Quello giallorosso ovviamente. Quando prendemmo dallo zaino sciarpe e cappelli partì fortissimo il coro “Roma alè, Roma alè”, ritmato dai commensali con le posate sbattute sul tavolo. In centro “er colore” l’avevano tirato fuori tutti. Compresi i due ragazzi con un pallone che osarono un tunnel a un gendarme ed esultarono: “Busta alla guardia”. Compresa la coppia curiosa di scoprire la pasticceria locale: “Annamo dar crepparolo”. Comprese Elena e Maria finalmente arrivate da Roma con i “preziosi” in borsa. Maria era accompagnata dal fidanzato, grande romanista detto “l’onorevole”, per l’impegno politico in gioventù. Erano le tre e mezzo, alla partita mancavano più di cinque ore, noi pensavamo a qualche altra avventura in città, ma l’onorevole stoppò ogni ipotesi turistica: “Andiamo allo stadio, non siamo qui a fare le foto alle statue”. Arrivati allo Gerland (declinato, da alcuni puristi, anche al femminile), fummo incanalati piuttosto bruscamente nel settore ospiti. Rimanemmo schiacciati uno contro l’altro per una buona mezz’ora. Momenti duri, con qualche lampo di genio: “Vojo sape’ er fenomeno che ha scoreggiato”, disse uno. Un altro decise di rifilare uno schiaffone gratuito sull’enorme collo di uno steward, il quale per miracolo rimase tranquillo, evitando la strage. Dopo filtraggi di tutti i tipi arrivò il tornello e poi un altro controllo della polizia. Qualcuno non lo superò: “Se so’ bevuti er Sandrino”. A un tizio fu richiesto di levarsi la giacca per la perquisizione, ma lui senza ragione si tolse tutto, restando in mutande e sventolando con due dita il biglietto (a quel punto non più così prezioso).

La partita fu stupenda, nella nostra memoria restò indelebile come il match perfetto. Un gol di Totti, uno di Mancini e tutti a casa. Anzi, “alla maison”, come si intonò sugli spalti con pronuncia impeccabile.

Una vittoria così bella ci spinse alla riconciliazione con il moldavo, che, ne eravamo certi, aveva passato la serata in tentativi sempre più insistenti con studentesse, commesse e bariste. Era l’ora di andarlo a recuperare, anche per liberare le malcapitate. Una ragazza siciliana ci ringraziò di cuore, “ma dovevate arrivare prima”. Lo abbracciammo, lui capì subito: “Sti cazzi dell’arazzi, c’è il Capitano”.

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