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“Col pallone faccio i numeri che fa Messi, mi ha insegnato tutto Djalma Santos”. Max Sambugaro intervistato da Alberto Facchinetti

08_GALLERY_sambugaroOggi Massimiliano Sambugaro fa il “maestro di tecnica” in diversi settori giovanili del Veneto e i video con le sue giocate (guardateli, sono numeri incredibili) fanno impallidire sui Social Network Leo Messi. Per questa sua seconda carriera, così come in parte per quella da calciatore di successo nei dilettanti, può ringraziare il suo mentore. E il destino, perché non capita a tutti i ragazzini di tredici anni vedersi arrivare al campetto il miglior terzino destro all time, pronto a svelare i segreti del pallone.

“Ragazzi, lui è Djalma Santos, due volte campione del mondo con il Brasile. Sarà il vostro istruttore”, i dirigenti del Bassano lo avevano presentato ai giovani calciatori.

Ma come c’era finito il brasiliano nella provincia vicentina – siamo a metà anni 80 – a fare quello che adesso chiameremmo un “maestro di tecnica”? Chinesinho, ex giocatore di Juventus e Vicenza, aveva accettato la panchina della prima squadra del Bassano, categoria Interregionale. Parlando con la società, aveva lanciato l’idea di portare in città Djalma, caro amico dai tempi in cui entrambi giocavano nel Palmeiras. Per far crescere i giovani del vivaio Chinesinho non conosceva nessun altro più adatto di lui. I dirigenti stentavano a crederci, eppure Djalma Santos prese assieme alla moglie e alla figlia il primo volo dal Brasile ed arrivò. Gli fecero trovare un appartamentino appena fuori dal centro e per due anni lavorò in Veneto.

Sambugaro, come è stato il suo primo incontro con Djalma?

Mio papà aveva fatto il carabiniere a Milano, aveva visto a San Siro il Santos di Pelé e mi aveva trasmesso l’amore per il Brasile e per il futebol. Per esempio nel 1982, avevo dieci anni, non tifavo Italia ma la squadra di Zico e Socrates. Ho capito subito quindi di avere di fronte una leggenda, così ho iniziato a seguirlo come un’ombra. Lui mi ha preso in simpatia: sono sempre stato il più piccolino di tutti, ma ho sempre avuto una tecnica individuale eccezionale.

Cosa vi insegnava?

Era un maestro di tecnica, allora nemmeno si conosceva questa figura, almeno nella provincia di Vicenza. Davvero sembrava venisse da Marte, da un altro pianeta. Ci faceva fare esercizi con il tacco, con l’esterno, giocate di questo tipo. Nell’ambiente a volte veniva criticato perché alcuni sostenevano che queste fossero cose inutili da insegnare ad un bambino. Non si era mai visto prima un metodo del genere per insegnare calcio e anche dopo il suo sistema non è stato recepito completamente. Io per esempio ho sempre faticato parecchio per il fatto di non essere dotato di un gran fisico. Ho però continuato a giocare fino a 38 anni nei campionati dilettanti segnando 216 gol, non so quanti realizzati su punizione e rigore. Solo una volta ho sfiorato il professionismo, nel ’90 sono andato in prova col Torino, ma mi hanno scartato perché ero troppo piccolo.

Pian piano si sparse la voce che Djalma Santos era in città.

Sì, tutte le società della zona volevano vedere all’opera Djalma. Un dirigente del Bassano, dopo il nostro allenamento, ci portava nei campi di gioco del Vicentino e noi davamo dimostrazione. Djalma spiegava, io eseguivo l’esercizio.

“Dai Sambu, andiamo”, mi diceva. È stato lui a darmi questo soprannome che mi porto ancora appresso. Aveva imparato un italiano non perfetto, ma si faceva capire benissimo.

Una volta venne anche il Guerin Sportivo a fare un servizio a Bassano.

Sì, ricordo che Djalma ha voluto che facessi un giochetto con il tacco ed è così che il fotografo mi ha immortalato. Tengo quella foto e quel giornale tra le mie cose più care.

Lo ha mai più visto né sentito?

Ho tenuto in mente sempre i suoi insegnamenti, continuando a fare il calcio che lui mi aveva trasmesso e che io sentivo di avere dentro. Da distante ho cercato di tenermi informato. Gli sono sempre stato affezionato, mi sarebbe piaciuto incontrarlo almeno una volta prima che morisse. Ho scritto anche ad un giornale brasiliano per cercare un contatto, ma niente, non mi hanno risposto.

In città si vedeva tra l’85 e l’87?

Alla domenica spesso andava nello spogliatoio della prima squadra a caricare i ragazzi. Antonio Andreucci, allora giocatore del Bassano oggi allenatore della Triestina, se lo ricorda perfettamente. Lo faceva per dare una mano all’amico Chinesinho, i due erano inseparabili. Djalma aveva parlato di me a Cina e così anche quest’ultimo veniva al campo delle giovanili a guardarci.

Umanamente com’era Djalma?

Era una persona squisita, di una umiltà rara. Arrivava al campo prima di tutti e si metteva a raccogliere i sassi perché voleva che ci esercitassimo in un terreno perfetto senza che ci fosse il rischio che ci facessimo male.

Ti ha mai rimproverato?

Una volta sola. Avevo calciato male, dando la colpa al pallone vecchio e usurato. “Sambu, non è mai colpa del pallone ma sempre di chi tira. Ricordati, non esiste un pallone che non sia bello”.

Alberto Facchinetti

 

Se vi è piaciuta quest’intervista, consigliamo la lettura di due libri del nostro catalogo:

per conoscere ed amare il Brasile e il suo calcio, “Scusa se lo chiamo futebol” di Enzo Palladini

per respirare l’atmosfera del calcio giovanile veneto degli anni 80, “Ho scoperto Del Piero – La storia di Vittorio Scantamburlo” di Alberto Facchinetti

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Alberto Facchinetti

Alberto Facchinetti

Nato in provincia di Venezia nel 1982. Laureato presso l’Università di Padova con una tesi sul giornalismo sportivo, ha esordito nel 2011 con “Doriani d’Argentina” (ristampato nel 2013 in una versione ampliata e aggiornata). Nel 2012 è uscito “La Battaglia di Santiago”. Con Edizioni inContropiede ha pubblicato nel 2014 “Il romanzo di Julio Libonatti” e nel 2015 “Ho scoperto Del Piero – La storia di Vittorio Scantamburlo”. www.albertofacchinetti.it